Aqua Dome, un’oasi di benessere in quota

Circondato dai ghiacciai tirolesi, l’Aqua Dome è un’oasi del benessere alpino grazie ai suoi 22mila metri quadrati votati al relax dove trascorrere una  vacanza andando alla scoperta di questo angolo di Austria, a meno di un’ora da Innsbruck e mezz’ora dalle piste di  Sölden dove ha sciato persino James Bond (a cui non a caso è dedicato un museo).

 

Il centro termale di Aqua dome sorge all’inizio della valle del Längenfeld ed è subito riconoscibile grazie al design futuristico delle sue vasche esterne e, in particolare, delle sue tre “navicelle spaziali”, piscine termali che pare galleggino nell’aria, dove si possono alternare getti idromassaggio, acqua solforosa e  vasca salina (con un contenuto di sale al 5%).

Qui all’Aqua Dome la remise en forme è completa grazie alle dodici vasche e ai tre piani di idromassaggi, cascate, saune e bagni di vapore di ogni tipo e temperatura, stanze al sale e bagni remineralizzanti. Il percorso ideale inizia nel cuore di Aqua Dome, nel “duomo termale”, una gigantesca cupola di cristallo dove ci si rilassa circa tra idromassaggi e getti e ci si lascia trasportare dall’acqua  verso le vasche esterne. Si prosegue poi verso il  “Gletscherglühen” dove tra saune al fieno, panoramiche o finlandesi, piscine salina circondate da pareti di sale, piscine e bagni di vapore alle erbe, accompagnati da Aufguss (gettata di vapore), effetti di luce o aromi speziati, e infine oasi relax, ognuno  può trovare la ricetta del benessere più adatta per sé.  Volendo poi si possono ammirare le luci del crepuscolo in accappatoio, magari sorseggiando delle bollicine in uno dei tre bar del centro, per poi scivolare nell’acqua termale  ammirando le luci colorate di quest’oasi di benessere e la  stellata che si stende sulle cime dell’Ötztal. Per una vacanza indimenticabile infine si può scegliere di soggiornare presso le terme raggiungibili dalle camere grazie a un percorso riscaldato sotterraneo. Gli opsiti dell’hotel, una struttur a cinque stelle, hanno accesso anche a un’area termale riservata, Aqua Dome 3000, da cui si gode un suggestivo paesaggio sui ghiacciai tirolesi.

 




La Cappella del Rosario a Vence: il sacro secondo Henri Matisse

di Emanuele Domenico Vicini – Lasciando la Costa Azzurra brulicante di vita estiva e addentrandosi nelle prime colline della Provenza, si raggiunge Vence, delizioso piccolo centro, molto ben conservato nella sua parte antica, e animato da un’intensa stagione turistica, che offre mostre d’arte e attività di intrattenimento, tra le più rinomate nella zona.

La visita a Vence non può prescindere da una tappa alla Chapelle du Saint-Marie du Rosaire, progettata da Henri Matisse tra il 1947 e il 1951.

Il maestro dell’Espressionismo francese di inizio Novecento, ormai piuttosto anziano e malato, da tempo risiedeva a Nizza e come molti artisti della sua generazione, aveva ormai fatto della Provenza e della Costa Azzurra un luogo di ispirazione fecondo e felice.

Dalla fine del XIX secolo molti pittori francesi avevano preferito lasciare Parigi e rifugiarsi nel grande Atelier du Midi, nel Mezzogiorno francese. Li incantavano la luce e i colori delle colline e del mare; erano sedotti dalla semplicità quasi primitiva di una regione che, se nelle sue sponde sul Mediterraneo si apprestava a diventare il centro della vita mondana europea, nell’entroterra invece  manteneva un’intatta purezza. 

Van Gogh, Gauguin, Picasso, Matisse e molti altri qui, recuperarono il contatto con la potenza incontaminata della natura, da copiare, studiare interpretare nella pittura e nella scultura.

Matisse si era stabilito sulla Costa definitivamente dal 1917 e dopo la Prima Guerra Mondiale aveva via via abbandonato i grandi e potentissimi paesaggi della sua prima stagione “selvaggia”, per sperimentare la forza espressiva degli accostamenti cromatici, attraverso forme quasi astratte, spesso ricavate da ritagli di carte e incollaggi.

Quando i postumi di un intervento chirurgico lo costrinsero a una vita più ritirata, scelse di trascorrere lunghi periodi a Vence, accudito da Monique Burgeois, prima infermiera del pittore, poi modella e amica.

La Burgeois nel 1944 divenne suora domenicana, col nome di suor Jacques-Marie. Pochi anni dopo fu trasferita nel convento domenicano di Vence, dove riprese i contatti con il maestro, fino a chiedergli, sul finire del decennio, di progettare la nuova cappella per il complesso monastico.

Matisse si cimentò così per la prima volta con l’architettura, immaginando uno spazio contenuto e molto semplice, articolato in un una breve navata che si conclude con una zona presbiterale rialzata e completato da una sorta di mezzo transetto, verso sud, per gli stalli delle suore durante le celebrazioni.

La limpida geometria dello spazio, richiama la semplicità dell’atto di fede, la purezza della preghiera e la rigorosa professione di vita consacrata delle domenicane.

Il senso dell’ambiente sacro però si fa reale solo se, insieme con la forma della cappella, si leggono le vetrate e le maioliche che ne sono parte integrante. 

Non completano la struttura, le danno un significato, non decorano le pareti, le rendono elementi simbolici che esprimono il senso della ricerca di fede attraverso il disegno e i colori. 

Le vetrate sui toni del blu, del giallo e del verde aiutano a raccogliere in modo pacato la luce e sembrano allontanare tutte le figure che all’esterno passeggiano davanti alle vetrate. I loro riflessi sul candido pavimento generano una delicata sensazione di progressivo contatto con la dimensione spirituale, in un processo dinamico, che si genera al continuo variare delle condizioni atmosferiche.

L’immagine dell’albero della vita, dietro l’altare, annuncia la salvezza che dalla mensa scaturisce.

La parete di fondo e nord portano maioliche decorate con l’immagine della Vergine e il Bambino, San Domenico e la Via Crucis.

Tutto è semplice, lineare, quasi solo accennato. Le stesse quattordici stazioni sono sintetizzate in un solo pannello al centro del quale campeggia la crocifissione, fulcro della fede cristiana.

Una sorta di regressione alle forme più primitive del disegno sembra suggerire che la fede in sé non sopporti sovrastrutture, ma cerchi solo la semplicità e la purezza del cuore.

La Chapelle du Saint-Marie du Rosaire è una delle prime opere di architettura religiosa del dopoguerra e offre idee molto interessanti nel tema dell’architettura sacra del Novecento.

In un secolo tendenzialmente laico, nel quale la costruzione di nuovi spazi sacri poteva parere quasi superflua, dopo secoli di grandiosa architettura religiosa, Matisse, che mai aveva espresso particolari afflati mistici nella sua opera di pittore, propone nuovi spunti di riflessione, portatori di importantissime conseguenze.

L’estrema semplificazione della geometria, che senza i colori delle vetrate e i disegni delle maioliche non riuscirebbe a parlare di sacro, e la totale assenza di elementi scultorei, danno modo all’altare, fatto di pietra color del pane, di sprigionare tutta la sua potenza fisica. In questo modo il centro simbolico dello spazio emerge non per via di contrasto o di contrapposizione chiaroscurale, ma in una delicata giustapposizione di colori e di linee.

Le forme disegnate sulle vetrate perdono via via la loro dimensione più propriamente figurativa, per avvicinarsi all’astrazione. All’immagine che educa il fedele, Matisse preferisce la forma cromatica che aiuta nella preghiera e nella riflessione.

Sovvertendo un principio cardine della decorazione religiosa, cioè la leggibilità e comprensibilità immediata delle figure, il pittore ritiene che la meditazione si generi nell’intimità spirituale e psicologica del fedele.

Si inaugura così la strada che porterà Le Corbusier, alcuni anni dopo, a disegnare le vetrate della Cappella di Ronchamp (1955), capolavoro architettonico prima di tutto, dove il sacro è nella simbologia espressa dalla forma, dai materiali e della complessità dello spazio costruito.

Ma si intuisce anche lo sviluppo italiano del tema, ben interpretato da Gio Ponti nella vicinissima Sanremo, quando costruirà il Monastero e la chiesa del Carmelo (1958).

Convinto come Matisse che luce e colori diano vita allo spazio della preghiera, Ponti immagina una cappella formalmente complessa (è un architetto), ma immersa nei toni dell’azzurro e del verde, aperta sullo spazio esterno perché la luce e i colori della natura diano forza alla preghiera e al raccoglimento. 

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La moda entra nei musei del mondo

La moda va al museo e fa sold out. Negli ultimi mesi sono stati  inaugurati due musei dedicati a Yves Saint Laurent : uno a Parigi, nello storico atelier in Avenue Marceau dove trovano spazio le diverse creazioni dello stilista dallo smoking all’haute couture oltre a coloro a cui Saint Laurent si è ispirato (Henry Matisse e Pablo Picasso compresi),  e un altro nella città di elezione del couturier francese, Marrakesh, dove oltre a 5mila abiti, 15mila accessori, un  auditorium e una biblioteca, trova posto una libreria che  riproduce la prima boutique aperta a Parigi dall’artista.

Ma la danza infinita di creatività tra abiti e accessori, profumi e foto di passerella, prende numerose altre vie fino a raggiungere tutti i continenti.  Sono sempre più numerosi i musei del fashion e le mostre monotematiche dedicate a singoli stilisti o maison che hanno fatto la storia del settore e attraggono ormai più visitatori dei poli culturali più tradizionali. A dare il via al trend è stata “Savage Beauty” esposizione dedicata ad Alexander Mc Queen organizzata dal Metropolitan di New York nel 2011 (dove è presto diventata una delle mostre più viste di tutti i tempi con 650mila visitatori) e poi ospitata nel 2015 dal Victoria&Albert di Londra è stata vista da più di un milione di persone, eguagliando le mostre dei record generalmente dedicate agli impressionisti.

E non poteva che essere la Francia, la patria dell’haute couture, ad annoverare i maggiori musei che qui gode della stessa attenzione dedicata alle altre arti figurative. A Parigi il Musée Galliera (Musée de la Mode de la Ville de Paris) vanta oltre 70mila pezzi dal 1780 ad oggi, tra cui abiti appartenuti a Maria Antonietta e outfit indossati da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany. Ad Albi, in Occitania, dopo un doveroso omaggio al cittadino forse più illustre, Henri de Toulouse-Lautrec, vale la pena cercare nelle vie del centro un museo che è un piccolo scrigno della moda dove ogni anno vengono allestite esposizione a tema grazie alla ricca collezione dai proprietari. Di particolare fascino anche il Museo delle arti decorative della moda e della ceramica di Marsiglia ospitato nel castello Borély, dove trovano posto 5600 capi, 1600 accessori e 100 profumi. In Europa sono da visitare anche le collezioni del Victoria & Albert Museum di Londra e il MoMu di Anversa che, inaugurato nel 2002, ospita principalmente i lavori degli stilisti belgi.

Particolarmente attento al fashion è anche il Giappone che vanta il Kyoto Costume Institute con oltre 12mila capi di abbigliamento (sorprendentemente) occidentali risalenti addirittura al 17° secolo e 16mila documenti (è aperta al pubblico solo una selezione); il Bunka Gakuen Costume Museum di Tokyo che punta a scoprire la cultura giapponese e internazionale attraverso l’abbigliamento; il Sugino Gakuen Costume Museum di Tokyo e il Kobe Fashion Museum. A New York infine sono le gallerie del Metropolitan a giocare da protagoniste e, in particolare, quelle dedicate alla sezione Constume Institute, tra le più frequentate del museo, grazie agli oltre 35mila capi di abbigliamento e accessori provenienti dai cinque continenti a partire dal 15° secolo.

E l’Italia? Nel Paesi dove la creatività è, da sempre protagonista,  non esistono musei statali centrati solo sulla moda. A Milano, capitale riconosciuta del prêt-à-porter,  Palazzo Morando, sede delle collezioni di Costume Moda e Immagine, ospita collezioni e allestimenti che vale  la pena esplorare nelle mostre che ciclicamente vengono allestite. Due anni fa poi  Giorgio Armani ha festeggiato i quarant’anni del brand inaugurando Armani/Silos, in Via Borgognone, uno spazio di 4.500 metri quadrati che si sviluppa su quattro piani proponendo una selezione ragionata di abiti dal 1980 a oggi. La selezione racconta la storia e l’estetica dello stilista ed è suddivisa per temi: al pian terra la sezione Stars e la sezione dedicata al Daywear, al primo piano la sezione Esotismi, al secondo piano, Cromatismi, al terzo e ultimo piano la sezione Luce. Sempre sotto la Madonnina la Fondazione Prada “ha scelto l’arte come principale strumento di lavoro e di apprendimento” e propone dibatti e percorsosi culturali per “arricchire la vita quotidiana, aiutarci a capire i cambiamenti che avvengono in noi e nel mondo”.

Tra i musei della moda che mostrano uno spaccato di made in Italy, vale la pena mettere in agenda ci sono anche:
– il Museo Boncompagni Ludovisi di Roma che vanta 800 pezzi tra abiti e accessori di alcuni dei brand storici più importanti come Fausto Sarli, Gattinoni, Angelo Litrico, Roberto Capucci e Valentino;
– il Museo Salvatore Ferragamo a Firenze, ospitato all’interno di Palazzo Spini Feroni, documenta l’intera storia della maison e delle creazioni del suo fondatore, “il calzolaio delle stelle”;
– il Museo della Fondazione Roberto Capucci ospitato a Firenze a Villa Bardini espone i dodici abiti-scultura confezionati in occasione della Biennale di Venezia del 1995;
– la Galleria del Costume di Firenze (dal 2016 Museo della Moda e del Costume), parte del complesso museale di Palazzo Pitti conta ben 6000 pezzi fra abiti antichi e moderni, accessori, costumi teatrali e cinematografici tra cui alcuni abiti di Eleonora Duse e di Donna Franca Florio e i vestiti funebri del granduca Cosimo de’ Medici e della sua famiglia;
– Il Museo Internazionale della Calzatura Pietro Bertolini, all’interno del Castello Sforzesco di Vigevano,  vanta un patrimonio complessivo di oltre 3000 pezzi;
– La Fondazione Ratti a Como ospita un museo del tessuto
-Palazzo Mocenigo a Venezia, ospita abiti del XVII e XVIII oltre al Museo del Profumo.

 

 

 

 




La Rosière, il lato “doux” di La Thuile

A La Rosière è vietato annoiarsi. Per gli sciatori, La Rosière è troppo spesso solo una tappa di una giornata di sci trascorsa a La Thuile. Eppure, varrebbe proprio la pena programmare un week end lungo o una piccola vacanza in questo villaggio alpino dai caratteristici chalet ricoperti di “losa“, l’ardesia locale, a pochi km dal confine italiano dove la vita scorre lenta e dolce tra un cafè au lait e un croissant.L’altro lato di La Thuile, quello dolce dove la cultura e le tradizioni savoiarde si uniscono a quelle valdostane, si può prendere confidenza con tutti gli sport della neve più di tendenza…non solo sci e snowboard, ma anche fondo (con 6 km segnalati, curati e accessibili gratuitamente), snowkite, speed riding, boardercross, snowboard cross e perfino heliski con tre itinerari permanenti ( il percorso dell’Hermine; il Serge  e il del Roc).

La Rosière è la porta d’accesso  al solo comprensorio sciistico franco-italiano dell’arco alpino con una storia ultra trentennale (è stato aperto nel 1984), l’Espace San Bernardo che collega la francese La Rosière- all’italiana La Thuile (Italia), permettendo agi sciatori di godersi ogni giorno nuove avventure sugli oltre 160 km di piste (80 tracciati di cui 3 blu, 32 rosse e ben 13 nere) circondati da cime maestose come il Monte Bianco, il  Monte Pourri, l’Aiguille Rouge, sul ghiacciaio del Ruitor, sul Monte Pourri e sul Colle del Piccolo San Bernardo.  Il comprensorio sorge a cavallo di due altipiani assolati e raggiunge quota 2650. Grazie all’esposizione particolarmente favorevole e all’alto livello di precipitazioni si scia, in genere, da dicembre a fine aprile.   Il versante francese poi, con le sue piste dolci e ampie, è l’ideale per chi muove i primi passi sugli sci o, semplicemente, per chi vuole rilassarsi e divertirsi con ampie curve in velocità su tracciati lunghi e non eccessivamente ripidi . Per chi indossa gli sci per la prima volta, la parola d’ordine a La Rosière è ”dolcezza”: 4 skilift ad accesso libero e gratuito (Clarine 1, Dahu, Manessier e  tapis roulant,  sempre gratuito, dei Lutins per familiarizzare con le sensazioni della discesa). Per i futuri campioni la località ha previsto anche uno snowpark formato “mini” (Petit Saint Bernard) dove prendere confidenza con i primi elementi del freestyle e provare le evoluzioni in sicurezza grazie a moduli rasoterra. Per andare verso l’Italia si passa dalla seggiovia Le Fort e dal lungo skilift Bellecombe, dove pur tra “gelide” emozioni causate dall’altezza e dal vento che costantemente imperversa tra queste valli, si può ammirare un paesaggio impagabile: sembra di galleggiare sul nuvole di panna montata. Sul lato italiano, quello di La Thuile, si trovano poi le piste più sportive: qui infatti abbondano nere da brivido come la mitica pista n. 3 Berthod dove la pendenza che arriva al 73% pari a 36° di inclinazione.

Per chi ama le passeggiate, nel bosco racchette ai piedi,  sono da non perdere “le bout de la route”, una camminata di circa un’ora per scoprire la vista sulla Combe des Moulins o l’escursione da Les Eucherts al Roc Noir di circa 3 ore tra andata e ritorno, in un susseguirsi di paesaggi mozzafiato: il Monte Bianco, il Colle del Piccolo San Bernardo, l’orizzonte sull’Italia e una vista magnifica sulla valle della Tarentaise. In estate si gioca a golf su uno dei green più alti d’Europa; si gode appieno della montagna facendo il pieno di paesaggi emozionanti in sella alla bici, magari nella vallata della Tarentaise e del Monte Bianco o a piedi e perfino a cavallo; si va “in palestra” nella natura e nei suoi spazi incontaminati; si prova l’arrampicata e il parapendio e si partecipa a una delle numerose feste in programma come la Sagra Châtelard  a luglio, il Festival “Arte delle Cime” e l”Est Wind Festival” ad agosto. La Rosière  infine è una base di partenza ideale per esplorare le meraviglie circostanti, paesaggistiche e naturali (da non perdere in zona il ghiacciaio Bionnasay, il Col de Véry ), o storiche come Bourg St. Maurice, Isère, Annecy, Chambery.




Uluru, Kata Tjuta, il bush e il Red Centre Australiano

Arrivare nel cuore dell’Australia, il leggendario Red Centre, non è né comodo né economico. Ma gli scenari che si aprono su Uluru (Ayer Rock) e Kata Tjuta (The Olgas), le imponenti rocce mistiche venerate dagli aborigeni, ripagano di tutto. Anche del “circo” in cui si è oramai trasformata la località (Yulara) dove la gestione di tutte le strutture alberghiere fa capo a una sola società così come la stragrande maggioranza delle escursioni che si possono fare nell’area e dove i pulmini passano ininterrottamente per tutta la giornata a raccogliere le migliaia di turisti che ogni giorno si riversano nella località per poi portarli alle varie destinazioni.

La strada per arrivare a Uluru è lunga, da qualsiasi parte dell’Australia ci si imbarchi verso il suo “centro rosso”, occorre calcolare almeno un paio di ore di volo, se poi si attraversa il deserto sulle quattro ruote è meglio prevedere un viaggio di qualche giorno. da Alice Springs, la città nel deserto, la distanza per il cuore rosso australiano è di 450 km, da Darwin, capitale del Northen territory, in cui ha se de la stessa Uluru, si arriva addirittura a 2mila km di distanza.  Ma per chi ha vissuto nel mito di due film iconici come “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir (chiedendosi poi per anni il significato della fine) e “Priscilla la regina del deserto” di Stephan Elliot, un viaggio in Australia non poteva escludere  Uluru dovesi perdono le ragazze di Weir e riappaiono, in una sorta di giochi di specchi,  le tre drag queen di Sidney in trasferta nel bush, l’infuocato deserto australiano (in realtà le ragazze di Weir si perdono su un massiccio vulcanico dello stato del Victoria mentre la scena finale è girata a King’s Canyon, Watarrka National Park, a 310 km di macchina da Uluru, ma per i ragazzini italiani che tra gli ’80 e i ’90 guardavano estasiati queste prime immagini del continente … si tratta di distinzioni talmente sottili da non essere percepite).

Un viaggio quindi da intraprendere a tutti i tutti costi anche a costo di dividere un minuscolo sgabuzzino spacciato per camera  con tre cinesi ciarlieri (all’Outback Pioneer Lodge, struttura fatiscente ma che la sera offre musica dal vivo e una enorme griglia dove far cuocere le proprie bistecche in compagnia), di svegliarsi all’alba pur di vedere il sole sorgere su Uluru e Kata Tjuta, di pagare l’equivalente di due giornate lavorative pur di partecipare al rito super turistico, ma non per questo meno suggestivo, di “The Sound Of Silence” la cena sotto le stelle dell’emisfero Sud in mezzo al nulla e di non arrendersi neppure di fronte alla pioggia battente: dopotutto la pioggia nel deserto non capita tutti i giorni!  Che fortuna essere lì nel solo giorno all’anno in cui, in media, piove. Cambiano i colori e le pareti verticali del monolite diventano d’argento grazie a una miriade di cascate e ruscelli formate dalla pioggia. E dopo un giorno di pioggia il deserto si risveglia con nuove piante e fiori in un vortice di colori e profumi.

Emozionante, suggestivo, magico, maestoso. Gli aggettivi non bastano per descrivere questi scorci di deserto dove la roccia del monolite e le 36 cupole di Kata Tjuta prendono letteralmente vita. Da lontano appaiono già con tutta chiarezza i giochi di luce sulla superficie delle imponenti rocce che sembrano  letteralmente catapultate, per magia o per opera di extraterrestri, nell’enorme cuore rosso australiano.  Dall’ocra, all’oro, al bronzo, al rosso acceso fino addirittura al  viola e al nero, a secondo dell’ora e della stagione, i colori esplodono su queste superfici di soli 380 metri di altezza (sopra la superficie, sotto la profondità del monolite raggiunge i 7 km)  e 9 km di circonferenza grazie all’elevata percentuale di ferro contenuta nel massiccio. Ma, avvicinandosi, le stesse rocce si trasformano e mostrano lati nascosti, caverne, pozze d’acqua, sorgenti, colorazioni diverse nella roccia, pitture rupestri, canaloni, creste oltre a incredibili fenomeni erosivi che danno origine a disegni e sculture su quella superfici che, da lontano, appariva liscia e uniforme.

Dal 1987 Uluru è stata inserita dall’Unesco tra i siti Patrimonio dell’umanità e da ottobre 2019 non sarà ufficialmente più possibile scalarla in rispetto alle tradizioni aborigene (di fatto è già impossibile: o per il vento, o per la pioggia o per il sole, ogni giorno c’è un motivo diverso a sostegno del divieto).  Ma non serve scalare la montagna per respirare la magia del monolite caduto dal cielo e delle 36 cupole che si stagliano a breve distanza.

SUGGERIMENTI IN PILLOLE

Yulara è collegata perfettamente alle maggiori destinazioni australiane. Ma se si ha tempo e modo, attraversare il deserto in macchina ha un altro sapore e fascino

L’ingresso di tre giorni al parco costa 25 dollari australiani e, se non si hanno mezzi propri per muoversi in autonomia si può prendere parte a un tour organizzato o comprare una sorta di abbonamento autobus che consente di raggiungere Uluru e le Kata Tjuta a orari prestabiliti,  ma per il resto in assoluta libertà (Uluru Express due giorni costano 220 dollari australiani, tre 250). Da non perdersi il giro completo del monolite. Anche perdersi tra le 36 cupole di Kata Tjuta  nella Valle del Vento ha il suo fascino…meglio però se non piove. Entrambi i percorsi sono alla portata di tutti. Basta avere tempo

A Yulara tutto è carissimo … ma è il viaggio della vita. Basta non pensarci troppo

Se si può, ci sono diverse formule di campi tendati nell’outback che offrono una sistemazione decisamente più affascinanti rispetto a molte delle strutture di Yulara. Gli australiani hanno un’ottima organizzazione nei campeggi, nessun timore. Rispetto poi all’Outback Pioner Lodge che, per quanto riguarda le camere condivise  è un campeggio solo più costoso, quantomeno nei campi tendati si può sperimentare un’esperienza diversa, maggiormente a contatto con la natura (e non degli autobus che circolano ogni quarto d’ora) e affacciarsi su un palcoscenico stellato indimenticabile

Prenotare in anticipo il  Sound of Silence è consigliabile (costa 199 dollari australiani): la cena super turistica nel deserto con vista su Uluru e su Kata Tjuta, seguita da un osservatorio davvero speciale sui cieli dell’Emisfero Sud, è molto ricercata … e dormendo a Yulara, in genere,  una o due notti, perderla sarebbe un peccato. Non capita tutti i giorni di poter vedere le stelle così vicine e in un simile scenario.

 

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Le Capitali della Moda: il giro del mondo tra modelle e sfilate

Bond Street a Londra, Via Montenapoleone a Milano, gli Champs Elysees a Parigi, la Fifth Avenue a New York. Basta il nome a evocare un intero universo che definisce lo stile rappresentato da ciascuna delle quattro capitali della moda mondiale. E sì perché, nonostante le new entry come Berlino, Barcellona e Shangai siano ritenute dai protagonisti del settore particolarmente interessanti, sono ancora le “big four” a dettare legge, quanto meno nei trend da seguire nella moda e nel design. Qui infatti si svolgono le sfilate principali e accorrono gli stilisti emergenti oltre a folle di guru, blogger, fashion victim e influencer che “pattugliano” le vie della moda con i look più improbabili nella speranza di farsi notare e coinvolgere, entrando così a pieno titolo e nel magnifico “circo” del fashion. Ed è sempre qui che, oltre a irraggiungibili modelli e modelle, sfilano i personaggi più noti del mondo dello sport, dello spettacolo e della musica a livello internazionale tra presentazioni, inaugurazioni e party. Per questo, anche per i non addetti ai lavori, le settimane della moda sono l’occasione migliore per scoprire e vivere le quattro capitali e, magari, ispirati dai look visti in passerella o in strada, dedicarsi allo shopping.

 

NEW YORK La New York Fashion Week è l’occasione perfetta per conoscere le nuove tendenze più trendy del pianeta in un vortice di eventi tra concerti, mostre, conferenze che trasformano l’isola di Manhattan, e in particolare le vie di Midtown e di Soho, in un vero paradiso per fashion addicted. Da quest’ombelico del mondo, quanto meno del mondo occidentale, hanno aperto le ali stilisti come Michael Kors, Vera Wang, Donna Karan e Marc Jacobos. Da non perdere il Meat Packing District, la nuova destinazione per le boutique di icone della moda internazionale come Marc Jacobs, Stella McCartney a Alexander McQueen, e negozi di abbigliamento e di design più innovativi. La Grande Mela è uno scrigno pieno di tesori da scoprire, soprattutto a piedi, tra location che hanno fatto da sfondo di film intramontabili e serie tv, flagship store di brand internazionali (da Apple Store a Tiffany), gallerie d’arte e luoghi cult come l’Empire State Building e Times Square.
Gli appuntamenti con la moda del 2018: New York Fashion Week (Men’s) 5-8 febbraio; New York Fashion Week Fall/Winter 8-16 febbraio; New York Fashion Week Spring/Summer 6-14 settembre

LONDRA La settimana della moda a Londra accende i riflettori sugli emergenti e su brand iconici come Paul Smith e Vivienne Westwood con un calendario fitto di appuntamenti che attrae, oltre ai protagonisti del settore, vip da ogni parte del mondo. Per adeguarsi al passo della capitale britannica non basta però fermarsi alle vetrine di Oxford Street, Chelseae Knitghtsbridge. Tappa fondamentale per ogni viaggio “fashion” che si rispetti sono i leggendari mercatini dove scoprire capi vintage unici: Portobello a Notting Hills, tra i quartieri più romantici della capitale, Brick Lane, Bermondsey, Spitalfields, Brixton, Camden Lock Market e il Jubilee Market di Covent Garden.
Gli appuntamenti con la moda: London Fashion Week Men’s 6-8 gennaio; London Fashion Week Fall/Winter 16-20 febbraio; London Fashion Week Men’s 8-11 giugno; London Fashion Week Spring/Summer 14-18 settembre. Organizza il British Fashion Council

MILANO Milano si veste a festa per la settimana della moda a cui accorrono i grandi nomi del made in Italy, da Armani a Gucci fino a Prada, Versace e Dolce & Gabbana e sempre più eventi vengono creati gli emergenti. L’intera città si trasforma in passerella, con luoghi iconici come Palazzo Mezzanotte o Piazza della Scala trasformati in palchi per le sfilate (spesso visibili al pubblico) e le vie del centro “invase” da modelli, modelle, buyers e stilisti.  L’appuntamento, che cadenza il corso delle stagioni sotto la Madonnina fin dal 1958, incarna il fascino italiano tra lusso e trend da strada. E infatti, oltre al leggendario quadrilatero (la zona compresa tra via Montenapoleone, via La Spiga, Corso Venezia e via Manzoni), gli eventi che si susseguono nel corso della settimana della moda coinvolgono l’intera città, compresa caratteristica area tra Porta Genova e Porta Ticinese dove le nuove tendenze si mescolano a un certo sapore vintage.
Gli appuntamenti con la moda del 2018: Milano Moda Uomo 13-15 gennaio; Milano Moda Donna 20-26 febbraio, Milano Moda Uomo 16-19 giugno, Milano Moda design 16-22 aprile, Milano Moda Donna 19-25 settembre. Organizza la Camera Nazionale della Moda

PARIGI A Parigi si respira lo charme, la sofisticatezza, l’eleganza, il lusso, la storia della moda che passa da leggende come Chanel, Lanvin, Christina Dior, Yves Sain Laurent, Jean Pal Gaultier, Martin Margiela e Givenchy. Qui la moda è arte. Le settimane della moda parigine sono uno spettacolo unico al mondo dove, tra luoghi da sogno, gli stilisti reinventano gli spazi per rendere le sfilate esperienze indimenticabili. Sotto la Torre Eiffel la moda è protagonista ovunque: dagli Champs Elysées in cui le catene internazionali si alternano alle boutique più chic del mondo, al Boulevard Haussmann che ospita storici magazzini come Galeries Lafayette e Au Printemps, al quartiere di Les Marais con proposte più inconsuete.
Gli appuntamenti con la moda del 2018: Paris Fashion Week Men’s 17-21 gennaio Paris Haut Couture 21-25 gennaio; Paris Fashion Week Fall/Winter 27 febbraio- 6 marzo; Paris Fashion Week Men’s 20-24 giugno; Paris Haute Couture 1-5 luglio; Paris Fashion Week Spring/Summer 25 settembre – 3 ottobre. Organizza la Federation Francaise de la Couture

 

Parigi foto




Going solo, viaggiatori solitari nel mondo

Partire da soli alla scoperta del mondo è un’idea che spesso affascina e allo stesso tempo spaventa. All’estero hanno persino coniato una specifica categoria per i viaggiatori solitari: “going solo”. Per chi non se la sente di affrontare da solo l’intera gestione di un viaggio, da tempo sono fioriti tour operator che propongono offerte di viaggio per viaggiatori solitari. Sul mercato italiano leader incontrastata per numero di destinazioni offerte (mille circa) è Viaggi nel Mondo (ovvero come Avventure nel Mondo), seguita da Vagabondo, Jonas, Viaggi Giovani e una serie di tour operator con proposte di viaggio più o meno diversificate e spesso all’insegna dei principi di turismo sostenibile e responsabile. Spesso si tratta di proposte di viaggio spartane, in tutto o in parte “autogestite dal gruppo” e dove l’idea principale è quella di aggregare potenziali viaggiatori solitari per destinazioni condivise. Per un target più elevato, dove a differenza di Avventure nel Mondo e dei suoi epigoni i viaggi sono in genere affidati a professionisti con chiari compiti o ruoli, ci sono anche  Kel 12, Ruta40, FourSeasons-Natura e Cultura,  Vai- Viaggiinavventura che propongono il lusso di viaggi “experience” o proposte “adventure” con viaggi tailor made o di gruppo che coinvolgono professionisti nei rispettivi settori come fotografi e archeologi.

Per gli sportivi travelrunning organizza viaggi a tema maratona, blufreccia segue gli eventi mondiali e una pletora di sci club (a Milano oltre al Cai, Poliuisp e Alaska), propongono soluzioni adeguate per tutti, mentre per il mare corsi e crociere sono gestiti da numerose associazioni tra cui HorcaMiseria e VelaMare o Jonas che, tra l’altro, offre proposte anche di viaggi in bici organizzati.

All’estero, dove l’universo dei viaggiatori solitari è da tempo ritenuto un mercato interessante dai tour operator, le proposte sono più diversificate per destinazioni, fasce d’età e persino genere di vacanza (esiste persino un tour operatore specializzato in vacanze per viaggiatori solitari sugli sci). Per chi mastica un po’ l’inglese (o magari lo vuole migliorare con un viaggio diverso dal solito corso di lingua al di là della Manica o Oltre Oceano), il quotidiano The Guardian ha stilato un vademecum dei migliori tour operator anglosassoni per viaggiatori solitari che generalmente, in questi tour, godono di una camera singola. Ecco qualche spunto: Friendship Travel scelto da viaggiatori solitari con una età media di a 35-60 anni specializzato su Grecia, Baleari e Caraibi; Just You offre weekend o vacanze impegnative su 46 Paesi ed è scelto da viaggiatori solitari con una età media dai 35 in su;  One Traveller è scelto da viaggiatori solitari con una età media di oltre 50 anni e si spinge anche in Cina; Solos Prevede quattro fasce d’età; Contiki  Viaggia in tutto il mondo e si rivolge a un target compreso tra i 18 e i 35 anni; Dragoman propone l’avventura spesso anche all’aria aperta, in Nord e Sud America e Asia;  Explore offre oltre 400 tour proposti dall’Europa al Kilimanjaro; Wild Frontiers dai 30 ai 70 anni, popone itinerari all’insegna dell’avventura; Authentic Adventures specializzato in viaggi tematici: foto, pittura e percorsi enogastronomi; Spice dai 35 ai 55 anni proporne vacanze all’insegna dell’adrenalina; ATG Oxford il lusso e i percorsi enogastronomici a portata di viaggiatori solitari; Ramblers  propone un’idea di turismo lento; On Foot Holidays organizza tour a piedi in tutta Eruopa per i viaggiatori solitari che vogliono viaggiare soli. Trasporto di bagagli incluso e nessun supplemento singola; Andante il focus è sul Mediterraneo per persone di 60 anni; Martin Randall Travel propone tour culturali e festival musicali; Jules Verne offre 40 tour compreso Burma senza nessun supplemento singola;  Pandaw Cruises crociere di lusso senza supplementi sui fiumi del Sud Est Asiatico; Redpoint Holidays propone vacanze sulla neve in Austria senza supplementi singola e si rivolge, soprattutto, a viaggiatori solitari con un’età media 40-60 anni; Skiworld propone vacanze sulla neve in Francia per viaggiatori solitari senza supplementi.

Non solo. Tra i tour operator emergenti dedicati ai viaggiatori solitari ci sono anche l’americana Intrepid Travel con partenze da Bali al Vietnam e last minute da prendere al volo (8 notti in Perù con l’Inca Trail, viaggio a e da Cusco escluso, costa 1190 euro in partenza il 9 febbraio; Road Scholar e Overseas Adventure Travel propongono anche stanze singole senza supplemento.

 

 




Viaggiatori solitari anche a San Valentino

Il popolo dei single “rule”, detta legge.  Anche a San Valentino. Se fino a qualche decennio fa “zittellone” e “zittelloni” erano ritenuti target ospiti poco graditi, oggi la percezione di chi viaggia da solo è cambiata: non sempre si tratta di giovanissimi con disponibilità limitate, molto più spesso le fasce di età interessate da questo trend sono più elevate con budget auspicabilmente maggiori.  E non necessariamente si tratta di  persone alla ricerca dell’anima gemelle (per chi invece è a caccia dell’altra metà della mela c’è Speed Date, oggi presente anche nel mondo dei viaggi con Speed Vacanze). Il comun denominatore tra i diversi viaggiatori solitari è che a nessuno piace pagare esplicitamente il doppio consumando per uno. E il marketing si adegua.

Avventure nel Mondo (o meglio la società Viaggi nel Mondo) certo, ma anche Vagabondo, Jonas o Viaggi Giovani che si ispirano a un’idea di viaggio meno “spartana” rispetto al progenitore: si parte alla scoperta di un territorio con chi condivide l’obiettivo di visitare la stessa meta, con un gruppo (più o meno riuscito) di viaggiatori solitari guidati o meno da esperti (in genere vale il principio di incrociare le dita).  L’alternativa? contattare direttamente un tour operatore dei diversi Paesi che si vogliono visitare per costruirsi un viaggio tailor made sulle proprie esigenze e fare nuove amicizie direttamente in viaggio, se funzionano si prosegue il viaggio in compagnia e avanti dritta! Impossibile? Certo dipende dai Paesi ma neppure più di tanto. Con il web si fanno miracoli. Esistono numerosi gruppi dove farsi avanti per chiedere informazioni. Non solo. Evaneos è un tour operator che si avvale di corrispondenti locali e in genere è in grado di costruire almeno i primi passi in un Paese straniero su misura, tanto per non sentirsi eccessivamente spaesati arrivati a destinazione. Per chi poi ha la possibilità fare un salto in Bit  Milano o al TTG di Rimini è sempre un buon modo per prendere direttamente contatti con tour operator, corrispondenti e strutture locali.

Più rilassante e friendly è  la proposta di Human Company che ha costruito il proprio successo sull’idea dei “glam camping” e l’ha poi consolidato sviluppando ostelli di lusso dedicati a chi viaggia da solo, a Firenze, Praga e Berlino, strutture centrali ospitate in siti storici con camere private e servizi da hotel come piscine, saune, ristoranti, wi-fi gratuito, noleggio biciclette e area fitness a partire da 39 euro a camera.  Non è un caso che il Plus Berlin, l’ostello del circuito Human Hostels ospitato in un’ex università tessile in stile neo gotico, oggi patrimonio storico architettonico della città di Berlino, sia il primo ostello d’Europa a comparire nella classifica di Hostelworld nella categoria “Best Extra Large Hostels”. Per la categoria “Most Popular Hostels”, creata sulla base del numero delle prenotazioni e la media del rating per gli ostelli più famosi nelle principali città del circuito, il Plus Florence si è invece aggiudicato il premio quale ostello più popolare del capoluogo toscano.

Ma la vera novità è che qualcosa si sta muovendo anche nelle fasce di ospitalità tendenti al lusso.  Per tutti i viaggiatori solitari che vogliono coccolarsi, l’Hotel Posta Marcucci di Bagno Vignoni ha pensato a una pausa salutista di tre giorni e quattro notti per rigenerarsi nella magia della Val D’Orcia prendendo parte a un percorso olistico con trattamenti e bagni termali secondo le più moderne tecniche di Medicina Olistica Integrati: La Via del Cuore. In questi tre giorni la ricerca del benessere (e della conseguente felicità) è orientata alla persona e non alla soluzione di suoi singoli malesseri: va alle loro origini per interpretarle e risolverle.

L’ Hotel Sägerhof in Tirolo, nella Tannheimer Valley, prevede pacchetti appositamente studiati per i viaggiatori solitari a partire da 739 euro per cinque notti in pensione completa e con diverse attività sportive e wellness comprese nel prezzo. Una località ideale per gli sport invernali e il relax circondati da vette innevate e che porta i propri ospiti a “1100 metri al di sopra della vita di tutti i giorni”.

E per chi è in cerca di un’idea last minute all’Hotel Posta Zim di Corvara, direttamente sulle piste più belle del mondo dell’Alta Badia (Dolomiti), le singole sono deluxe e la spa feng shui assicura un pieno relax dopo una giornata in pista.  Cucina sana e curata, spa silenziosa e trattamenti benessere a base di aromaterapia e rituali sapienti, non faranno rimpiangere la compagnia.

Per chi invece ama il mare, Norwegian Cruise Line  ha sfatato un tabù ed è probabilmente la prima compagnia di crociere a prevedere appositamente una tipologia di cabine (gli studios) destinata ai solitari, non più obbligati a raddoppiare le quote per godere di privacy nel corso di una crociera senza tralasciare, attraverso però spazi comuni per favorire, per chi vuole, la conoscenza di altri passeggeri solitari.

 




Cuba, mon amour

di Giuliana Tonini – La scorsa estate ho fatto un viaggio in un paese straordinario: Cuba. Sedici intensi giorni in giro in pullman, con Avventure nel Mondo, per quasi tutta l’isola, da L’Avana verso sud est, fino a Santiago de Cuba, e poi, passando per la provincia di Guantánamo, di nuovo verso la capitale, visitando, nel tragitto, un’infinità di luoghi che lasciano il segno. Attraverso le diverse province del paese e ripercorrendo la sua storia.

Cuba è un posto di cui è difficile non innamorarsi.

L’itinerario completo? L’Avana, Playa Girón, Cienfuegos, Trinidad, Valle de los Ingenios, Sancti Spiritus, Camagüey, Bayamo, in montagna sulla Sierra Maestra, Santiago de Cuba, Baracoa, Remedios, Santa Clara, e ancora L’Avana. Senza farci mancare il mare a Caleta Buena, Playa Ancon, Playa Imias, Playa Maguana, Guardalavaca, Cayo Coco e Playa Pilar.

Sarà possibile trasmettere in poche righe la Cuba che ho visto e le sensazioni che mi ha trasmesso e rendere onore a questo paese unico? Assolutamente no.

La gente

L’Avana ti colpisce subito al cuore. È allo stesso tempo lo specchio del paese e l’avanguardia del suo cambiamento. È un caleidoscopio di gente, colori e suoni. E musica, tanta musica.

Il primo impatto è con la gente e il contesto in cui vive. Si percepisce subito che le condizioni di vita generali non sono agiate. Anche in pieno centro ci si imbatte spesso in edifici decadenti e in persone che, si intuisce, tirano avanti a stento. E questo è accentuato nelle altre zone del paese. Ma ho constatato che è vero quello che si dice dei cubani. Sembra uno stereotipo, una di quelle frasi fatte che vengono ripetute come una litania, ma, invece, è proprio così: i cubani hanno un modo di affrontare la vita molto positivo, anche nelle avversità. Lo abbiamo potuto constatare tutti, per esempio, dai servizi trasmessi dai telegiornali, quando l’uragano Irma, a settembre, ha travolto anche Cuba.

E sono orgogliosi di essere se stessi, di essere cubani.

È facile entrare in contatto con i cubani. Sono aperti e gentili. Raramente negano uno scambio di chiacchiere, una foto e un sorriso. Che sia nelle case di cui si è ospiti, per strada, al mercato, in spiaggia o dal barbiere. A Camagüey, mi ricordo, ci siamo per un attimo fermati davanti alla porta della casa di un vecchissimo afrocubano e lui ha cominciato a chiacchierare con noi, raccontando di come gli piacesse la storia di Ulisse.

I luoghi

Fra i luoghi che abbiamo visitato, ci sono tutte le prime sette villas, le prime sette città fondate, all’inizio del Cinquecento, dai conquistadores spagnoli guidati da Diego Velázquez: L’Avana, Trinidad, Baracoa, Bayamo, Camagüey, Santiago e Sancti Spiritus. In tutto il paese lo stile architettonico spagnolo-coloniale dei coloratissimi edifici si fa notare in tutto il suo fascino. Anche se, come è naturale, non si può dire che ci sia un solo stile. Influssi architettonici anche francesi, europei e nordamericani si mescolano spesso a quello coloniale e, ovviamente, gli stili con cui le città e le aree di campagna si presentano variano man mano che ci sposta tra le diverse zone della Isla.

A Cuba non è difficile, inoltre, trovare siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco come, ad esempio, i centri storici de L’Avana, Trinidad, Cienfuegos e Camagüey. Io, oltre che dell’intera L’Avana, ovviamente, mi sono innamorata di Plaza Mayor a Trinidad.

Fermo restando che, arrivando a L’Avana, l’obiettivo dovrebbe essere fermarsi più giorni possibile e visitare più zone possibile, anche avendo poco tempo a disposizione non si può andare via dalla città senza avere fatto un giro, assaporandone l’atmosfera, ad Habana Vieja, il centro storico della città, passeggiando nell’area disegnata da Plaza Vieja, splendida, Plaza de San Francisco, Plaza de Armas e Plaza de la Catedral. Guai a perdersi, inoltre, le zone di Centro Habana e Vedado, il lungomare Malecón e, non c’è neanche bisogno di dirlo, l’immensa Plaza de la Revolución, quella – chi non l’ha vista almeno una volta in foto o in televisione? – con l’immagine di Che Guevara che giganteggia sulla facciata del Ministero dell’Interno.

Chi non vuole perdersi una bevuta in due dei locali più famosi del mondo sa già che dovrà andare alla Bodeguita del Medio e al Floridita e bere un mojito nel primo e un daiquiri nel secondo, pensando a Hemingway e al suo ‘mi mojito en la bodeguita mi daiquiri en el floridita’. Preparandosi, però, a trovarsi in mezzo a una calca di turisti e in un’atmosfera che poco o niente ha a che fare con quella che deve esserci stata in questi posti qualche decennio fa. A quanto pare, neanche il mojito e il daiquiri sono quelli di una volta.

La musica e la danza

La musica e la danza di Cuba, e come le si vivono a Cuba, meriterebbero un trattato. Peccato che io sia totalmente negata per la musica e la danza e non abbia potuto, quindi, né lanciarmi nel loro vortice né comprendere appieno il fascino di quei ritmi che non è possibile ridurre ad una categoria, perché nascono dalla commistione, nel corso dei secoli, di generi spagnoli, africani, caraibici e statunitensi. Se proprio si dovesse scegliere una parola per la musica della Isla, potrebbe essere, alla fine, solo una: cubana. Aspettandosi ovviamente, sempre per chi ha la fortuna di intendersene, di ascoltare diversi generi a seconda delle zone del paese.

La musica è ovunque. Soprattutto a L’Avana i turisti hanno più di una occasione di ballare la salsa con i cubani, di giorno, di sera e di notte, per le strade e nei locali.

Ogni paese – con molta probabilità anche i più piccoli – ha la sua casa de la trova, dove si suona la musica tradizionale dei trovadores cubani quali, ad esempio, tra i più famosi anche tra i non appassionati o non addetti ai lavori, Compay Segundo. Musica per lo più di epoca pre-rivoluzionaria, che continua ad essere diffusa anche grazie al gruppo Buena Vista Social Club, altrettanto conosciuto fra i non appassionati o non addetti ai lavori.

E ogni paese ha pure la sua casa de la musica, dove vengono eseguiti anche pezzi più ‘pop’. Dove, tanto per intendersi, può capitare di ascoltare Despacito.

In ogni caso, abituatevi a sentire quasi ogni giorno le note di Guantamera, di Chan Chan – quasi nessuno può dire di non conoscerne l’incipit, De Alto Cedro voy para Marcané/Llego a Cueto, voy para Mayarí – e di Comandante Che Guevara.

La storia

Visitare Cuba è anche come fare un viaggio attraverso la Storia. Comunque la si pensi politicamente e ideologicamente, è innegabile che Cuba, con la sua rivoluzione e il suo successivo ruolo, sotto la guida di Fidel Castro, nel sistema geopolitico mondiale USA-URSS e nel pluridecennale confronto-scontro con gli Stati Uniti, sia stata tra i protagonisti della storia del XX secolo.

E i luoghi da vedere, a Cuba, che hanno segnato la storia, sono innumerevoli. Noi, ad esempio, siamo state alla Comandancia de la Plata, il covo tra le montagne della Sierra Maestra, a sud-est dell’isola, vicino a Santiago, dove Fidel Castro e i suoi rivoluzionari, nel 1958, hanno stabilito il proprio quartier generale segreto dal quale continuare la guerriglia, iniziata più di un anno prima, contro i soldati di Batista. Dalla Comandancia si può anche arrivare a Radio Rebelde, la stazione radio da cui i rivoluzionari trasmettevano i loro messaggi a tutto il paese.

Dei luoghi storici nella provincia di Granma noi abbiamo visitato solo la Comandancia de la Plata. Chi volesse ripercorrere le tappe della rivoluzione cubana dal suo inizio fino alla vittoria si rechi al bioparco Parque Nacional Desembarco del Granma. Lì si può andare al punto dove, a Playa Las Coloradas, all’inizio di dicembre del 1956 è sbarcato lo yacht da diporto Granma, con a bordo Fidel Castro e altri 81 uomini, tra cui Che Guevara, partiti dal Messico con quel mezzo quasi di fortuna per iniziare la lotta per rovesciare il regime di Fulgencio Batista. E ci si può spingere fino ad Alegría de Pío, dove i ribelli si sono scontrati con i soldati di Batista e sono stati costretti a rifugiarsi per più di due anni sulle montagne della Sierra Maestra, portando avanti la guerriglia.

A Santa Clara, quasi al centro dell’isola, siamo stati sul sito del Monumento a la Toma del Tren Blindado, dove, alla fine di dicembre del 1958, Che Guevara e altri rivoluzionari hanno fatto deragliare un treno blindato carico di armi e munizioni, episodio decisivo per la vittoria definitiva dei rivoluzionari. A Santa Clara c’è anche il suggestivo sito costituito dal monumento di Che Guevara, dal museo a lui dedicato e dal mausoleo, che, dal 1997, trent’anni dopo la sua morte, accoglie le sue spoglie e quelle di altri guerriglieri, individuate e riesumate da una fossa comune in Bolivia.

Tra le visite ai siti storici, la più coinvolgente, anche grazie alla bravura della guida del museo che ci ha accompagnati, è stata quella alla caserma Moncada, a Santiago, assaltata il 26 luglio del 1953 da un gruppo di uomini guidati da Fidel Castro in un primo tentativo, fallito e finito male (moltissimi di loro sono stati trucidati) di rovesciare il governo di Batista.

Facendo un salto nel tempo in avanti di qualche anno, un altro sito degno di interesse è il museo di Playa Girón, nella Baia dei Porci, dove viene raccontata la storia della tentata invasione di Cuba dell’aprile del 1961, appoggiata dagli Stati Uniti, per rovesciare il regime al potere, questa volta quello di Fidel Castro.

Venti di cambiamento

Con tutta la sua recente storia politica, sociale ed economica e le sue vicissitudini, come appare oggi Cuba agli occhi del visitatore? Un turista straniero che sta pochi giorni riesce a malapena a farsi un’idea. Quello che si vede è che, da una parte, la propaganda castrista-rivoluzionaria è ovunque. Da quasi sessant’anni i volti di Fidel Castro e Che Guevara, i motti rivoluzionari, i messaggi e i testi di propaganda sono sui muri e negli edifici di tutto il paese. Dall’altra parte, moltissimi cubani letteralmente si vestono con la bandiera degli Stati Uniti. Magliette, canotte, vestiti, parei, costumi da bagno, cappelli, ciabatte e quant’altro, persino braccialetti di gomma usati come collare per cagnolini di piccola taglia: tutto a stelle strisce, a significare, innegabilmente, non solo la voglia di proseguire il percorso di cambiamento nei rapporti col paese che per decenni è stato – e doveva essere – considerato un nemico, ma anche la possibilità di manifestare questo sentimento apertamente e senza conseguenze.

Negli anni scorsi le amministrazioni di Raùl Castro, succeduto al fratello nel 2006, e di Barack Obama hanno lavorato ad un percorso di disgelo tra i due paesi. Sono state allentate alcune restrizioni alla circolazione delle persone e delle merci, senza però mettere fine al bloqueo, il quasi sessantennale embargo che vieta rapporti economico-finanziari tra i due stati – su cui l’ultima parola spetta al Congresso americano – e, nel 2015, sono state riallacciate le relazioni diplomatiche, interrotte da decenni, riaprendo le rispettive ambasciate a L’Avana e Washington. Nel 2017 c’è stato un nuovo passo indietro. Trump ha revocato gli accordi firmati da Obama ed è recentissimo il caso degli incidenti acustici ai danni dei cittadini americani in servizio all’ambasciata de L’Avana. Ci auguriamo che, con le luci e le inevitabili ombre e retroscena che necessariamente accompagnano i procedimenti storico-politici di questa portata, il cammino sulla strada del disgelo riprenda presto.

Cuba, lentamente, sta cambiando anche al suo interno. Chi fa oggi un viaggio a Cuba sa che troverà, per alcuni aspetti, un paese diverso, per fortuna dei cubani, rispetto a quello che era fino a relativamente poco tempo fa. Raùl Castro, pur con l’obiettivo ufficialmente dichiarato di attuare al meglio l’economia socialista, ha liberalizzato alcune attività commerciali private, consentito la vendita fra privati di case e automobili, permesso l’acquisto di telefoni cellulari e prodotti di elettronica e, non da ultimo, ha introdotto la possibilità per i cubani di viaggiare liberamente all’estero. Tutto questo, ovviamente, per i pochi che possono permetterselo economicamente in un paese dove gli stipendi sono generalmente molto bassi e l’indice di povertà è estremamente alto.

Nella primavera di quest’anno ci saranno le elezioni e Raùl Castro lascerà la presidenza. Senza toccare minimamente l’argomento delle elezioni cubane, e sempre per rimanere in tema di cambiamento, fa un certo effetto pensare che fra poco, alla guida di Cuba, dopo quasi sessant’anni, non ci sarà più un Castro.

Le macchine di Cuba

Già andare a Cuba è un po’ come fare un viaggio indietro nel tempo, ma, per quanto riguarda le macchine, il tempo si è proprio fermato. Precisamente al 1958. Con la vittoria della rivoluzione, proclamata il 1° gennaio del 1959, una delle misure del nuovo governo di Fidel Castro è stato il divieto di vendere e comprare tra privati automobili che non fossero già presenti sul territorio cubano prima del 1959, salvo autorizzazione governativa, appannaggio, però, di pochissimi privilegiati. E così ecco che tutta l’isola è ancora oggi ‘popolata’ da quelle meravigliose macchine americane degli anni Cinquanta dai colori sgargianti. Questi fantastici dinosauri, altrove estinti da un pezzo, a Cuba camminano da più di sessant’anni grazie a sostituzioni del motore, pezzi di ricambio sovietici e i miracoli dei meccanici cubani. Si vedono soprattutto Chevrolet, Ford, Cadillac, Chrysler, Plymouth, Buick, Lincoln, Oldsmobile, Dodge. Moltissime vengono utilizzate come taxi collettivi e per i giri turistici della città. Per gli appassionati di auto d’epoca come me è una festa, un autentico paradiso terrestre! Capita molto spesso, inoltre, di notare delle… Fiat 124 e Fiat 126. Come mai ce ne sono così tante a Cuba? Sono due modelli di derivate Fiat prodotte in Unione Sovietica e in Polonia, su licenza della Fiat, negli anni Settanta. La derivata della 124 è a marchio Lada mentre quella della 126 è la Polski Fiat 126p. Fa capolino di frequente anche qualche Maggiolino.

Anche se il governo di Raùl Castro ha abolito il divieto, permettendo la libera compravendita di automobili, è molto probabile che, purtroppo, il costo di una macchina nuova o usata rimanga ancora per molto tempo proibitivo per la maggior parte dei cubani e che il parco auto museo resti ancora a lungo. Quando però, in un futuro si spera non troppo lontano, tutti i cubani potranno avere la loro macchina nuova, speriamo che tengano qualche Old Car per fare i giri in città.

Dormire e mangiare

A Cuba si può scegliere di alloggiare nei resort all inclusive pluristellati, negli alberghi o nelle casas particulares. Chi preferisce resort e mare e ha pochi giorni a disposizione, sa già che andrà a Varadero, la località balneare turistica più vicina a L’Avana.
Nel nostro viaggio, noi abbiamo provato tutto: resort, alberghi e casas particulares. Per quanto riguarda i giorni che abbiamo passato al resort al mare, siamo stati a Cayo Coco, all’Hotel Colonial. Niente da eccepire, a parte l’aggressività delle zanzare di tutta la zona, in ogni caso bellissima. Per il resto del nostro viaggio in giro per l’isola, abbiamo sperimentato che gli alberghi, tutti a gestione statale, lasciano un po’ a desiderare quanto a trasandatezza e pulizia. Una piacevole sorpresa, invece, sono state le casas particulares, che sta a significare ‘case private’. Dietro apposita licenza, i cubani mettono a disposizione dei turisti alcune stanze delle proprie case, con colazione, e, per chi vuole, cena. Come i nostri bed & breakfast.

Noi uscivamo la mattina e tornavamo la sera, potendo scambiare solo poche chiacchiere, ma l’alloggio in casa particular è il miglior modo per familiarizzare con i cubani.

Anche con le casas va un po’ a fortuna. Le stanze possono essere più o meno grandi e più o meno servite, ma sono tutte molto pulite e curate e alcune di loro sembrano davvero dei mini alberghi. Sembra un mini albergo, ad esempio, la casa di Maylín y Eliener a Trinidad. Noi non vi abbiamo alloggiato, ma a Trinidad è molto quotata anche la Casa Muñoz – Julio & Rosa. A Camagüey ci siamo trovati bene da Humberto e Ines. A Baracoa da Nelsy. A Remedios nella casa El Laberinto de Duarveras, che ha una terrazza con delle scale che ricordano un quadro di Escher, e nella casa di Yunai.

Inserendo i nomi su internet si trovano tutte, assieme a molte altre case, su tripadvisor e su altri siti per trovare alloggio.

Per quanto riguarda il cibo, si può dire che, specialmente per i palati italiani, Cuba stupisce per tutto, ma non per la cucina. Va bene così, il paese offre ben altro. Che sia nei paladares (i ristoranti a gestione privata o l’attività di ristorante esercitata nelle case) o nei ristoranti, tendenzialmente si mangia sempre pollo, riso, fagioli e, qualche volta, aragosta. In quasi tutte le casas particulares ci si può fermare a cena. Una casa in cui abbiamo trovato tutto davvero molto gustoso è stata quella di Yunai a Remedios.

Per quanto riguarda i ristoranti, segnalo volentieri La Moneda Cubana a L’Avana, El Morro a Santiago, con buona cucina e una splendida vista sul mare che offre uno splendido tramonto, e El Buen Sabor a Baracoa.

Grazie!

Questo viaggio fantastico non sarebbe stato quello che è stato senza Maria e Alfredo di Havanatur, che sono stati con noi dal primo all’ultimo giorno. Maria, la nostra guida, ci ha fatto visitare moltissimi posti spiegandoci tutto con competenza, professionalità e… pazienza. E l’infaticabile Alfredo, alla guida del pullman, ci ha portati in giro per l’isola per più di tremila chilometri. Se, nel vostro viaggio a Cuba, avrete con voi Maria e Alfredo sarete fortunati perché, oltre ad essere bravi e professionali, sono simpaticissimi.

E il viaggio non sarebbe stato lo stesso senza la nostra coordinatrice di Avventure nel Mondo Roberta, che ha faticato come un tour operator per organizzarci la vacanza, e le altre compagne di viaggio più un compagno di viaggio: Raffaella 1, Linda, Elena, Beatrice, Taryn, Raffaella 2, Venere, Benedetta, Cristina, Manuela, Giusy e Stefano. Mi ricordo ancora la nostra ‘formazione’ sul pullman.

Grazie a tutti voi e forza Cuba! E’ un paese che merita tutto il nostro tifo.




St Moritz: neve, sole e spa per dare il benvenuto all’inverno

Borghi tradizionali, facciate graffite e un comprensorio sciistico immenso, ben 350 chilometri di tracciati:  L’Alta Engadina è il paradiso degli amanti della montagna e St Moritz è simbolo dell’Europa mondana che scia. Ma per chi si ferma più di una notte, non mancano le offerte: lo o skipass costa 35 franchi al giorno: una trentina di euro, oltre la metà del prezzo normale, per divertirsi sull’intero comprensorio circondati da vette spettacolari e terrazze panoramiche. Sono oltre cento gli hotel che aderiscono all’iniziativa Albergo Skipass Incluso, compresi icone del lusso storico come il Kulm e il Kempinski.

 A Saint Moritz conviene arrivare il venerdì sera, quando si svolge la snow night, la sciata in notturna sul Corvatsch (dall’8 dicembre si scia dalle 19 all’una di notte, da febbraio fino alle due) tra discese elettrizzanti e soste più goderecce all’Hossa Bar o negli altri rifugi che, con l’occasione, rimangono aperti nel corso della serata spesso con party e musica dal vivo, mentre una volta al mese nelle sere di glüna plaina (luna piena, in romancio) si scende a valle lungo i versanti del Diavolezza (date previste: 1 gennaio, 3 febbraio, 3 marzo e 1 aprile) inondati dalla sola luce avvolgente della luna piena a partire dalle 19.30. Si riprende lentamente confidenza con la neve, circondati dai ghiacciai di oltre tremila metri, mentre a valle si passeggia lungo le vie dello shopping, in centro, o costeggiando laghi e i corsi d’acqua dove ancora per qualche giorno si specchiano i larici dalle mille sfumature dell’oro e del rame. 

E se, dopo un primo allenamento sul Diavolezza, il ritorno sugli sci dovesse risultare troppo faticoso, una pausa relax si impone. Impossibile resistere alla tentazione di immergersi nella vasca jacuzzi all’aperto del Berghaus Diavolezza, con vista sul Piz Cambrena, del Piz Bernina, del Bellavista e del Piz Morteratsch dove si gode di un’ora di relax in esclusiva su uno dei più incantevoli tetti d’Europa immersi nell’acqua spumeggiante a 41 gradi. Per un break goloso tra una pista e l’altra, gli impianti da non perdere sono invece quelli che dal Corviglia, raggiungibile sia dal centro di St Moritz sia da Celerina, portano ai 3.057 metri del Piz Nair su una terrazza assolata dallo scenario emozionante.
Chi ama alzarsi presto la mattina sale subito qui, in vetta (gli impianti aprono alle 7.45), per la cosiddetta cerimonia del white carpet, la prima discesa sulle piste appena battute, con vista su Saint Moritz e l’intera Alta Engadina. Una sosta al ristorante panoramico con specialità locali a base di funghi e cacciagione e la tipica torta alle noci dell’Engadina e si torna in pista, non troppo appesantiti (in Svizzera si possono ordinare anche le mezze porzioni). Un unico ski tour collega i quattro comprensori engadinesi, ma bisogna calcolare un giorno di tempo per completarlo. Dopo un’intensa giornata di sci, niente di meglio di un trattamento nel centro benessere ricavato sul tetto dell’Hotel Schweizerhof, storico albergo in pieno centro con vista sul lago di Saint Moritz e sulla vallata o, se si preferisce la più sportiva Pontresina, nell’immensa spa dell’Hotel Schloss, ricavato in un  castello di fine Ottocento completamente ristrutturato, da cui si ammira un panorama unico sulla Val Roseg e sui suggestivi ghiacciai della catena del Bernina. Qui ci si può lasciare guidare da una “spanner” ovvero  un professionista del benessere che suggerisce come godere di un percorso di “salus per aquam” tra vasche, bagni turchi e sune di diverse temperature.  Per chi vuole concedersi un vero e proprio sogno ad occhi aperti, sempre a Pontresina, ci si può ritagliare un soggiorno praticamente perfetto Grand Hotel Kronenhof, primo hotel del borgo. L’edificio, risalente al 1848, è stato classificato monumento nazionale e vanta saloni affrescati degni di un a reggia oltre ché una zona spa affacciata sui ghiacciai dove rilassarsi dopo le fatiche di una giornata sulla neve prima di concedersi ai piaceri dell’al cucina engadinese. 

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