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Sci ed enogastronomia a Plan de Corones

A Plan de Corones lo sci sposa, a oltre duemila metri di altitudine, cultura ed enogastronomia di eccellenza. Sul maestoso panettone che dà il nome al comprensorio e domina Brunico si scia su quasi 120 chilometri di piste (DolomitiSuperSki) fino al 14 aprile e si fa tappa all’AlpiNN. In questo rifugio glamour all’interno del  Lumen, il museo della fotografia di montagna, lo chef tristellato Norbert Niederkolfer propone la sua visione di cucina fondata sulla attenzione al territorio, sulla sostenibilità e sull’etica no waste secondo cui tutto può diventare un ingrediente di ricette creative (menù degustazione da quattro portate a partire da 78 euro). Ogni piatto, secondo questa idea di cucina, rappresenta le montagne, la fatica dei contadini, la qualità dei prodotti e le tradizioni tramandate da generazioni.

PLAN DE CORONES PARADISO DELLO SCI Kronplatz 2000- Plan de Corones si raggiunge facilmente perfino in treno (gratis con la guest card che viene consegnata all’arrivo degli ospiti nelle strutture convenzionate). Agli impianti di risalita del comprensorio di Plan de Corones infatti si può accedere anche dalla fermata del treno (Ski Pusteral Express che ogni mezz’ora minuti collega il comprensorio 3 Cime con quello di Plan de Corones, scarponi ai piedi). In pochi minuti si sale quindi da Brunico a 2275 metri pronti per esplorare, sci ai piedi, una destinazione che può ben definirsi mecca dello sci. Da qui lo sguardo si perde sulle cime più famose delle Dolomiti e non solo: dalla catena delle Odle fino alla Marmolada, passando dal Sassolungo, Sassopiatto, Croda Rossa d’Ampezzo e Tofane, fino alla distesa delle Alpi Aurine.  Impossibile annoiarsi. Dalla Campana della Concordia che, suona tutti i giorni a mezzogiorno per portare il suo messaggio di pace nel mondo, si scende a valle lungo ampie piste, come la Furcia, da godersi  perdifiato come prima discesa della giornata. Non mancano le black five le cinque piste nere del comprensorio, compresa la Piculin che scende quasi i verticale a Piccolino in Val Badia da cui in pochi minuti di bus (il 460) si arriva a La Villa, porta di accesso al circuito del SellaRonda.

RELAX ALLLA PARTENZA PER PLAN DE CORONES  A Riscone (frazione di Brunico), a meno di duecento metri dagli impianti di risalita di Plan De Corones, il  Falkensteiner Hotel Kronplatz offre una base di partenza ideale per godersi tutto lo sci della Val Pusteria e il relax della sua Acquapura Mountain spa dedicata agli elementi della natura. Qui sulla piscina a sfioro all’ultimo piano della struttura, si attende che la calda luce del tramonto inondi le Dolomiti per poi concedersi come aperitivo la merenda proposta dalla struttura.

 




I tre processi di Oscar Wilde di nuovo all’Elfo Puccini

di zZz

‘In piedi. Entra la corte’ – Tutti vogliono la verità (come se ci fosse una sola verità…), ma la vogliono o senza fare domande o avendo già le risposte. La ‘corte’ giudica ciò che pensa di vedere e di sentire senza un vero contraddittorio; la corte si affida al mormorio e lo amplifica per fare ‘giustizia’ a tutti i costi. La parola d’ordine è fare ordine, costi quel che costi: normalizzare (come se ci fosse una normalità…). Ma non c’è solo una corte. C’è pure la stampa sensazionalistica e, poi, ci sono i social media e qui è ancora peggio perché, qui, chi non sa parla e chi scrive non sa. Tutti hanno la propria verità preconfezionata e, fièri, tutti accusano tutti, tutti condannano, infangano e calunniano. Ma la verità è che “la verità è raramente pura” e che “la verità non è mai semplice” (O. Wilde), nemmeno (o tanto meno) in Atti osceni [ovvero, ne] I tre processi di Oscar Wilde, in scena all’Elfo Puccini di Milano (13 gennaio-4 febbraio 2024), per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia.

Il sipario è aperto, il palco è vuoto. Il pubblico prende posto nella sala per assistere a un processo, ma, in questa aula di giustizia, al posto de La legge è uguale per tutti campeggia (come monito e come anticipazione di quel che accadrà sulla scena) una verità meno rassicurante e nondimeno ‘vera’: la complessità di stabilire una verità, quando di verità non ce n’è una, ma molto spesso ce ne sono ‘centomila’ o ‘nessuna’.

Atti osceni è, davvero, un dramma sulle ‘verità’: una ‘micro’ storia drammatica (quella di O. Wilde e delle sue di-avventure giudiziarie del 1895) che ha il potere di superare gli oceani del tempo ed essere attualissima e valida per tutti, non solo per lui che ama lui, per lei che ama lei etc. etc.

Più di due ore di parole: quelle dell’accusato, O. Wilde (un misuratissimo Giovanni Franzoni dalla straordinaria ed energica presenza scenica), quelle dei testimoni, degli avvocati e dei benpensanti… Tante parole che, con ritmi e timbri diversi, si alternano sapientemente e animano una vera e propria partitura a più voci mirabilmente eseguita dagli attori.

Lo spettacolo si fa seguire ed è avvincente: il tempo passa in fretta; la tensione resta sempre alta, anche se le azioni sono poche. La mano della regia (come quella del disegno delle luci) è efficacemente delicata, semplice, leggera (ma mai superficiale). Spesso il movimento degli attori sembra una danza nello spazio e nel tempo: dall’inizio alla fine la scena non cambia, ma i cambi scena ci sono e si vedono bene soprattutto quando l’ordine cronologico degli avvenimenti viene interrotto per lasciar posto alla rievocazione di fatti, parole e personaggi menzionati nel corso del processo. Insomma, uno spettacolo forte, potente e ben fatto: da rivedere e, magari, anche da riascoltare come se fosse la diretta di un processo trasmesso per radio. Un testo difficile ma tradotto per la scena in maniera talmente magistrale che non è possibile non apprezzare.

In scena al Teatro Elfo Puccini fino al 4 febbraio 2024

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde

di Moisés Kaufman

traduzione Lucio De Capitani

regia, scene e costumi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

luci Nando Frigerio, suono Giuseppe Marzoli

con Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D’Agostino

produzione Teatro dell’Elfo




Thomas De Monaco – Lusso sostenibile

Oggi vi vogliamo parlare di un brand di profumeria di nicchia che abbiamo scoperto da poco: Thomas De Monaco. Chi è costui?

Thomas De Monaco è un bravissimo fotografo, che vive e lavora come direttore creativo e fotografo tra Parigi – sua città di adozione – e Zurigo, nella natia Svizzera, lavorando per clienti internazionali nei settori premium e del lusso: Hermès, Dior, YSL, Armani, Moët & Chandon, Hennessy, Rolex, Cartier e Piaget, solo per citarne alcuni.

Da sempre appassionato di profumi (dice che il suo primo ricordo è l’odore delle fette biscottate nella cucina di sua mamma), ad un certo punto ha voluto fare un regalo ai suoi amici e ha deciso di creare un profumo. E’ così che nel dicembre 2020, dopo più di tre anni di sviluppo, ha presentato Raw Gold, la sua prima fragranza. Come prima edizione limitata con 1.400 flaconi, l’Eau de Parfum è stata oggetto di numerose discussioni e ha subito trovato un posto speciale nel cuore di collezionisti e intenditori. Nel 2022 ha lanciato la sua seconda collezione limitata composta da Eau Coeur a settembre e Grand Beau a novembre. Entrambi i profumi sono intensamente luminosi e duraturi, realizzati con bellissime materie prime e molecole contemporanee.

Dice il fondatore del brand: “Con il mio lavoro di fotografo, raggiungo regolarmente i limiti dell’espressione. Con i miei profumi, posso trascendere questi limiti entrando nel mondo della poesia. Catturo sensazioni emotive e creo profumi al di là delle immagini. È una forma di espressione, un altro strato del nostro carattere, della nostra personalità”. I suoi profumi sono pensati per il qui e ora e si può sentire in essi questa libertà creativa che lo contraddistingue. Tutte le fragranze sono prodotte nella propria manifattura a Zurigo, ricavata da un antico edificio costruito da Gustave Eiffel. Un patrimonio pieno di indipendenza artistica, poetica, emotiva e autentica, destinato al lusso sostenibile. Oltre ai flaconi artistici, il marchio ha molto da offrire anche a livello tattile, il che dimostra l’amore di Thomas per i dettagli. La confezione esterna, ad esempio, è realizzata in cellulosa compostabile e carta di canapa europea.

Abbiamo avuto la possibilità di testare tutte e 5 le fragranze che compongono la collezione, e siamo rimasti entusiasti. Il profumo più venduto – e come abbiamo detto il primo profumo prodotto – è Raw Gold. Un profumo complesso, intrigante, sensuale, che grida passione pura e lusso sontuoso senza essere però invadente ed eccessivo. L’aroma dell’olio di davana è accompagnato dal ricco calore del legno di cedro e dalla profondità terrosa dell’iris. Nel cuore si uniscono il patchouli, il legno di guaiaco e il vellutato camoscio. Il fondo è caratterizzato da vaniglia, olio di oud e benzoino balsamico: un bagno nella luminosità e nel calore eccitante dell’oro puro.

Sol Salgado è come una passeggiata lungo la costa, dove il sole accarezza la pelle e il sale nell’aria rinfresca i sensi. L’apertura con i fiori di tiglio e mimosa è davvero spettacolare ed ariosa, sono le note che ci hanno fatto innamorare di questa fragranza! La vaniglia e il dolce accordo di eliotropio danzano insieme mentre la brezza marina salata conferisce alla fragranza la sua caratteristica profondità. Normalmente questi accordi ariosi e leggeri non durano molto sulla pelle, invece Sol Salgado ha anche una eccellente persistenza.

Agli antipodi, una fragranza potente come il fuoco inarrestabile del futuro. Fuego Futuro inizia con un’audace apertura di pepe, mate ed elemi, come una scintilla che accende l’avventura. Il cuore combina note di salvia affumicata, fieno e incenso. Il fondo rivela la profondità dell’avventura con accordi di sandalo, legno di cedro e una nota di cenere. È qui che viene raccontata la storia della fragranza: un viaggio dalla scintilla ai resti fumosi di un fuoco appassionato. Questo profumo accende il vostro spirito pionieristico e interpreta un viaggio nel futuro incerto, dove il fuoco dell’avventura arde sempre.

Grand beau è un omaggio ai classici chypre: radicale, incredibilmente secco e decisamente rinfrescante. Il calore speziato dell’assoluta di pino; la freschezza delle bacche di ginepro che ricordano il gin; l’infuso di angelica; la tuberosa, il vetiver e l’olibano. Le alghe, asciutte e leggermente salate, in combinazione con muschio e note ambrate portano ad un profumo dall’infinita grazia e bellezza. E’ il ricordo di un momento al mare, dietro le dune di sabbia, occhi chiusi, sotto l’ombra degli alberi di pino.

Eau Coeur è un profumo radioso e fiorito, che sembra venire direttamente da un cuore desideroso d’amore: un momento magnifico, seducente e aggraziato, allo stesso tempo tenero ma evocativo nella sua delicatezza.

La fragranza si apre con un’intrigante alleanza tra il misterioso olio di magnolia, il profumo legnoso di pesca dell’osmanto assoluto con le sue note selvatiche e di cuoio e un’inflessione di tonificante pepe rosa. La nota di cuore emana un accenno di rosa assoluta del Marocco, rafforzata dal legno di cedro della Virginia e dal legno di quercia affumicata, le cui sfumature aspre di vaniglia indugiano anche nella nota di fondo dove il loro impatto sensuale è tanto più potente in compagnia dell’assoluta di fava tonka. Il muschio tenero invoca la passione. Il tutto condito da un’eccessiva indulgenza di ambroxan, che conferisce al profumo la sua armoniosa unione e longevità.

I profumi di Thomas De Monaco sono distribuiti da alcuni selezionati partner europei. Potete trovare l’elenco nel sito del brand: thomasdemonaco.com. Account Instagram: @thomasdemonacoparfums




La moda della gioielleria antica in mostra a Milano alla Fondazione Luigi Rovati

di Cristina T. Chiochia
Imparare o descrivere la storia del gioiello non è compito facile. Eppure Il “mood della moda della gioielleria antica” ha sempre più successo. Ne è un valido esempio la mostra a Milano presso La Fondazione Luigi Rovati a Milano che, da quando è stata aperta un anno fa, offre la rara possibilità di vedere in un contesto unico, quello di un palazzo molto conosciuto in città, dei veri tesori etruschi, anche di alta gioielleria antica.
E non solo. Molti i tesori etruschi che è possibile ammirare in una mostra che è stata realizzata ad hoc e che è diventata in breve tempo un evento.
La mostra al piano nobile e ipogeo del Museo d’Arte di questa Fondazione la cui sede è in Corso Venezia a Milano, già dal titolo “Tesori etruschi: la collezione Castellani tra storia e moda” si presta a questa idea di “mood”. E così, dal 25 ottobre 2023 al 3 marzo 2024 è possibile ripercorrere questa arte orafa e un pò tutta la cultura etrusca, in queste sale con una passione davvero unica. La mostra che è stata realizzata e resa possibile con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma al fine di portare a Milano i reperti archeologici più preziosi ed importanti della collezione Castellani. contiene reperti unici da vedere. Quasi a comprendere cosa sia un gioiello antico, il visitatore visitando i vari ambienti , grazie anche agli altri oggetti esposti, puo’ ammirare cosa significhi appunto notare le varie piccole disomogeneità e le piccole scoloriture in cui pero’ taglio lavorazioe e stile diventano lo scopo con cui apprezzare quelle che non sono imperfezioni ma anzi, unicità dei pezzi. E cosi, una passione, vero e proprio vanto di una antica tradizione antiquaria romana che ha fatto di una arte, un lavoro. Famiglia di orafi e collezionisti (oltre che di mecenati) nel corso di un secolo, hanno saputo nell’ottocento in fermento, re-inventare l’antica arte e cultura etrusca dell’oro rendendo bronzi, gioielli antichi e ceramiche ispirazione per le loro creazioni.
Per la prima volta arriva a Milano da Roma la più significativa collezione vanto di un lavoro fitto ed incessante tra la Fondazione milanese e l’istituzione pubblica romana. Valorizzare il patrimonio etrusco non è compito facile. Eppure questa mostra ci riesce appieno, in particolare nella sala azzurra al piano nobile, dove sono presenti le oreficerie e che sono strettamente connesse alla sfera del lusso ad opera dei Castellani a partire dal loro anno di fondazione, il 1814 sino alla sua chiusura nel 1927.  Collane con pendenti ad anforetta, bracciali a moduli stile etrusco, collane con pendenti triangolari “periodo primigenio” in mostra in tutto il loro splendore.

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Il mood della moda irrompe in questa mostra realizzata con molti altri capolavori tra cui vasellame e molto altro, ma che è proprio nella sezione sulla oreficeria a fare la differenza:  nella sezione del gioiello come esempio di questo modo di creare alta oreficeria, sia quella originale etrusca, sia nelle sue repliche moderne. Nasce la oreficeria archeologica italiana, destinata ad un target specifico che la ama e crea tendenza. Non si dimentichi infatti che ebbe una influenza forte sulle ispirazioni neoclassiche della moda e del costume italiani ed europei di quel tempo fino all’art nouveau.
Una mostra inedita con veri e propri capolavori in sei sezioni che espongono gioielli antichi e riproduzioni ottocentesche, circa 80, provenienti da Roma, oltre che un insolito viaggio nel tempo:  grazie ad uno spazio espositivo, quello dell’ipogeo che come un labirinto, offre la rara esperienza di scoperta inedita di una civiltà, come quella etrusca, che è stata frutto di scavi e ritrovamenti in luoghi nascosti con l’attività di Fortunato Pio Castellani e i suoi figli, Alessandro ed Augusto che ebbero anche una bottega orafa attenta alle tendenze della moda, e che creò appunto le collezioni della moda della gioielleria antica e che ora, grazie a questa fondazione privata, oggetto di conoscenza e di sperimentazione.



2 Profumi per … Gennaio

Iniziamo oggi una serie di articoli mensili in cui vi consigliamo 2 profumi al mese. Per questo mese di gennaio vi proponiamo un profumo cosiddetto “commerciale” e un profumo di nicchia: Devotion (D&G) e Desert Suave (Liquides Imaginaires).

Iniziamo con Devotion di Dolce & Gabbana, il nuovo profumo della maison uscito lo scorso autunno e che troviamo perfetto per questo periodo post-vacanze. Non vi manca già il profumo del panettone, dei canditi, la dolcezza delle feste? Allora Devotion è la scelta giusta per voi.

Con questo profumo, creato dal famosissimo Olivier Cresp, Stefano Dolce e Domenico Gabbana vogliono celebrare i valori più nobili della vita, quei valori positivi incarnati dal simbolo del cuore sacro, molto caro ai due stilisti e che campeggia sulla bellissima boccetta. Il cuore sacro è da sempre simbolo di devozione, e per i couturier è il simbolo della perfezione e della loro instancabile ricerca di bellezza. Il profumo Devotion celebra quindi la bellezza della nostra terra e in particolare della costiera amalfitana (non a caso lo spot – che vede Katy Perry protagonista – è stato girato a Capri): il limone candito in apertura stuzzica il nostro “appetito”, mentre i fiori d’arancio regalano freschezza e luminosità alla composizione, che termina con una deliziosa ed avvolgente vaniglia. Un delizioso gourmand, avvolgente e sensuale, ma anche frizzante e divertente, ottimo per contrastare la malinconia che accompagna la fine delle vacanze natalizie.

Il secondo profumo che vi proponiamo per questo mese è della Maison francese Liquides Imaginaires, fondata dal designer Philippe di Meo nel 2011 e ispirata ad un concetto di profumo che va al di là del semplice accessorio di bellezza, ma che si fa strumento di passaggio dal materiale all’immateriale, da solido a liquido, da visibile ad invisibile. Ecco quindi che il logo della maison è un talismano a forma di chiave, per aprirci le porte di questo mondo immateriale, e il tappo ha la forma di un’anfora, nei tempi antichi utilizzata per trasportare le essenze più preziose.

Tutta la collezione è straordinaria, per questo mese di gennaio vi consigliamo però Desert Suave, che fa parte della trilogia “Les Eaux Imaginaires” – creata per trasportarci via dalla routine di tutti i giorni in luoghi magici ed evocativi. Vi vogliamo quindi portare via dal freddo di gennaio e trasportarvi in un’oasi lussureggiante, un gioioso miraggio: una terra fertile in mezzo al deserto, acqua fresca e dolci datteri invitano lo stanco viandante a fermarsi qui, a rilassarsi e a stuzzicare tutti i cinque sensi ma anche a lasciare dietro di sé il sentore pungente del suo carico di spezie. Un profumo pieno di contrasti come è lo stesso deserto: caldo, avvolgente e dolce (la rosa, il dattero, il cisto) ma anche fresco ed energizzante (cardamomo, mandarino italiano, fiore d’arancio e chiodi di garofano).

Insomma: un miraggio olfattivo in un mondo apparentemente privo di odori.

Buon inizio di anno nuovo, scriveteci nei commenti se conoscete già queste fragranze e cosa ne pensate!




I Piatti del Buon Ricordo: le new entry 2024

L’Unione Ristoranti del Buon Ricordo si prepara a festeggia i suoi primi sessant’anni con otto ingressi che portano il numero degli aderenti a 112 (di cui undici locali all’estero) e quattro cambi di specialità. Un’occasione per organizzare un viaggio alla scoperta di territori e locali di eccellenza, oltre che per arricchire la collezione di piatti del Buon Ricordo (dipinti dagli artigiani della Ceramica Artistica Solimene di Vietri sul Mare), da sempre icona del sodalizio: il piatto viene infatti donato agli avventori che che degustano il menù del Buon Ricordo a ricordo dell’esperienza gastronomica vissuta.

ICONA TRICOLORE Prima che milioni di guide inondassero gli scaffali delle librerie e le edicole, i Ristoranti del Buon Ricordo fin dalle origini, dal 1964, hanno rappresentato un marchio di garanzia di ospitalità del territorio che, allo stesso tempo, ha concorso a salvaguardare e valorizzare le tradizioni e culture gastronomiche italiane.  Per conoscere da vicino i Ristoranti del Buon Ricordo e le loro specialità, si può consultare il sito omonimo o  la Guida 2024 appena pubblicata, in distribuzione gratuita nei ristoranti associati e scaricabile dal sito, dove si trovano anche gli Hotel, che hanno al loro interno un ristorante del Buon Ricordo.

NEW ENTRY Più in dettaglio new entry 2024 nell’Unione dei Piatti del Buon Ricordo sono: Ristorante Bon Parej di Torino con il Bonet; il Ristorante La Baia di Cremia con Persicotto; il Ristorante Enoteca del Duca di Volterra con Ravioli del Duca con piccione, crema di pere e finocchietto selvatico; il Ristorante Armare di Roma con Calamaro ripieno; l’Osteria Famiglia Principe 1968 di Nocera Superiore con ‘O Scarpariello del Principe 1968; La Bettola del Gusto di Pompei  con Spaghettoni di Gragnano Igp con alici fresche, colatura tradizione di Cetara, tartufo nero e burro di bufala; il Ristorante Ciccio in Pentola di Palermo con Paccheri al gambero rosso e pomodoro ciliegino;  il Terre – Pasta & Natural Wine di New York con Pappardelle con ragù di cinghiale selvatico.
A cambiare invece le specialità sono: il Ristorante Salice Blu di Bellagio con il Risotto ai fiori di zucchina e tartufo di Bellagio; l’Osteria di Fornio di Fidenza con le Mezze maniche di Fornio dal 1928 che da sole valgono il viaggio; il ristorante dell’Hotel Barbieri a Altomonte con le Polpette contadine il Ristorante Filippino a Lipari con le Caserecce al pesto di limoni con tartare di gambero del Ristorante Filippino.

UN EVENTO RECORD Per i suoi primi sessant’anni l’Unione dei Piatti del Buon Ricordo ha in programma inoltre un evento da record a Vietri sul Mare: “100 Chef per una sera”. A cucinare per 1000 commensali, accomodati a un’unica e lunghissima tavolata saranno 100 Chef del Buon Ricordo.

 




Con la monumentale Tosca di De Ana, l’Arena di Verona anticipa il Centenario di Puccini

Dieci minuti di standing ovation hanno decretato il successo della seconda rappresentazione della Tosca, nell’allestimento di Hugo De Ana, andata in scena lo scorso 5 agosto all’Arena di Verona. Sabato scorso infatti le stelle sono tornate a splendere sopra l’Antiteatro rendendo ancora più speciale l’assolo “E lucean le stelle” per cui Vittorio Grigolo, un ispirato Mario Cavaradossi, ha concesso il bis. Più volte poi, nel corso della serata, l’opera di Giacomo Puccini (il sesto titolo più rappresentato nel corso delle cento edizioni del Festival Lirico anche grazie ad arie memorabili e amate da un pubblico trasversale come la struggente “Vissi d’arte” e  “Recondita armonia”) è stata interrotta da applausi scroscianti da parte del folto pubblico accorso per il Festival del Centenario e, in particolare, per godere di questo allestimento senza tempo portato in scena per la prima volta nell’estate del 2006.

“Questo capolavoro di Puccini, in una produzione classica e leggibile ma sempre mozzafiato, costituisce uno spettacolo ideale tanto per gli esperti quanto per chi viene all’opera in Arena per la prima volta e si inserisce nell’omaggio che Fondazione Arena sta preparando per il centenario di Puccini” – dichiara Cecilia Gasdia, Sovrintendente della Fondazione che preannuncia novità in arrivo proprio in vista della ricorrenza (cento anni dalla morte di Puccini mancato il  29 novembre 1924) protagonista della prossima stagione dell’Opera Festival Arena di Verona.

Il palco dell’Anfiteatro è dominato dalla testa monumentale dell’Arcangelo Michele di Castel Sant’Angelo che incombe, distaccata e implacabile, mentre le sue enormi mani (una con un rosario e una imbraccia una gigantesca spada pronta a calare sui protagonisti) incorniciano la scena su cui si alternano opulenti candelabri, tele, croci e mobili d’epoca. Il dramma, in tre atti, prende vita nell’arco di un’unica giornata (il 14 giugno 1800) nella Roma papalina in tumulto, cupa e opulenta, contesa dai bonapartisti ma controllata dal regime di polizia dello spietato Barone Scarpia, mentre sullo sfondo si odono gli echi della battaglia di Marengo. È una Tosca colossale, teatrale e maestosa in cui l’allestimento è a servizio della psicologia dei personaggi: Floria Tosca, diva dalla forte forte personalità e da grandi contrasti; Cavaradossi artista liberale e il Barone Scarpia, il villain del dramma, a capo della polizia pontificia. Non sopravvivrà nessuno.

De Ana, regista, scenografo costumista e lighting designer, gioca sui simboli per far emergere tutte le pulsioni umane al centro dell’opera: gelosia, brama di potere, sesso, amore, passione, lascivia, ipocrita devozione, onore, amore, viltà e coraggio.

Indimenticabile il fastoso Te Deum che, in una sorta di allucinazione di Scarpia, chiude il primo atto con una processione di vescovi quasi mummificati a cui fanno da contraltare altre figure di ecclesiasti dalle fattezze scheletriche che emergono dalle nicchie della parete di fondo

La seconda rappresentazione di Tosca ha visto protagonisti, diretti da Francesco Ivan Ciampa, oltre a Grigolo, anche il soprano bulgaro Sonya Yoncheva nel ruolo di Tosca e Roman Burdenko in quello di Scarpia. Hanno completato il cast il basso georgiano Giorgi Manoshvili nel ruolo di Angelotti, Giulio Mastrototaro nel ruolo del sagrestano, Carlo Bosi come Spoletta, Nicolò Ceriani  nei panni di Sciarrone, Dario Giorgelè come carceriere e Erika Zaha che, con uno stornello cantato sulle rive del Tevere,  apre l’ultimo atto mentre le campane preannunziano la resa dei conti. In scena infine il coro preparato da Roberto Gabbiani e il coro delle voci bianche A.d’A.Mus. diretto da Elisabetta Zucca.

Repliche il 10 agosto e il 1° settembre

 




L’Aida di Poda domina l’estate in Arena

L’Aida è la regina incontrastata dell’Arena oggi così come nel 1913, quando fu scelta proprio l’opera verdiana per inaugurare la prima stagione dell’Arena di Verona Opera Festival voluta dal tenore veronese Giovanni Zenatello. Lo dimostra il nuovo allestimento dell’Aida firmato da Stefano Poda che ne cura anche scene, costumi, luci e coreografie, scelto per festeggiare le cento candeline del Festival. Una produzione kolossal che si unisce alle 28 già andate in scena in oltre sessanta precedenti edizioni del Festival Lirico per un numero complessivo di rappresentazioni che, a fine stagione, dovrebbe arrivare a quota 750.

A dieci anni dall’Aida meccanica della Fura dels Baus, allestita per il centenario dell’inaugurazione e i duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi, il Festival propone quindi un’altra produzione ipertecnologica e innovativa per brindare a un compleanno davvero speciale, quello del centenario.

Quello firmato da Poda è spettacolo imponente e stellare tra luci laser, canne luminose, luci led che esaltano il profilo dell’Arena, una palla d’argento sospesa sopra l’Anfiteatro, fumi e una gigantesca mano di metallo, icona della produzione, che si apre e si chiude, crea e distrugge, benedice e uccide chiudendosi inesorabile sui due amanti che invocano la pace. Il pubblico, secondo lo stesso Posa, “si trova davanti a una grande installazione: il moderno non è una rincorsa all’attualità, bensì un salto al futuro”, con “un palcoscenico tecnologico, dinamico, cangiante, sorprendente”.

L’hanno ribattezzata Aida di cristallo perché sono le trasparenze a dominare il palcoscenico, un enorme e avveniristico piano inclinato avvolto da piramidi di luce su cui si muovono i protagonisti del dramma con costumi che riflettono e moltiplicano all’infinito gli effetti luminosi, ma potrebbe essere definita anche un’Aida rock che si discosta solo in apparenza dalla tradizione areniana, traboccante di ori, piramidi e cavalli in scena, per farne emergere pienamente lo stupore da parte degli spettatori. “La storia di Aida è quella di un mondo in guerra che divide in nemici mortali due popoli fratelli e vicini. Ma la stessa opera finisce in un sussurro di pace: un viaggio dantesco, da un inizio infernale a un finale di visione celeste” ha dichiarato Poda commentando il suo allestimento che vuole essere “uno spettacolo interdisciplinare che vuole parlare a tutti”.

Il palco è gremito con cinquecento persone circa in scena tra comparse, mimi, i coristi guidati da Roberto Gabbiani, il corpo di ballo coordinato da Gaetano Petrosino e i protagonisti del dramma verdiano tutti diretti da Marco Armiliato. Una massa che si concentra e si espande nello spazio dell’Arena, palcoscenico e gradinate, muovendosi a tratti anche al rallentatore, avvolgendo i protagonisti e creando grandi immagini scolpite dalle luci.

Protagonista della rappresentazione del 21 luglio è Monica Conesa, giovane soprano cubano-americana. Il tenore coreano Yonghoon Lee è stato applaudito al suo debutto come Radames in  Arena. Il baritono veronese Simone Piazzola ha vestito i panni Amonasro, Olesya Petrova quelli di Amneris, Rafał Siwek quelli del sacerdote Ramfis, Abramo Rosalen quelli del Re egizio, Carlo Bosi quelli del messaggero e Francesca Maionchi quelli della la sacerdotessa.

Repliche: 30 luglio – 2, 18, 23 agosto – 3, 8 settembre 2023




Robert Doisneau: la bellezza delle cose che ci circondano

di Cristina T. Chiochia

Le foto di Robert Doisneau arrivano a Milano dal 9 Maggio 2023 con 130 immagini in bianco e nero e sembrano prendere vita già ad occhi chiusi presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini, in una mostra antologica emozionate in un viaggio sino al 15 Ottobre 2023 in cui si segnalano del foto sugli iconici anni ’50 in Francia in particolare a Parigi davvero interessanti. La mostra, curata da Gabriel Bauret, grazie a i personaggi rappresentanti, in bianco e nero si diceva, intenti a fare “qualcosa”, in una sorta di bolla senza tempo e senza spazio, quasi  a dare vita ad un teatro inedito, come quello umano che emoziona, fa sorridere, meditare. Durante la conferenza stampa quello che si è messo in luce  è non solo di essere di fronte alle foto di uno uno dei più importanti fotografi del Novecento ma anche, come recita il comunicato stampa che questa è una “esposizione, curata da Gabriel Bauret, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e prodotta da Silvana Editoriale, col patrocinio del Comune di Milano, col contributo di Fondazione Banca Popolare di Milano e di Fondazione Fiera Milano, ripercorre la vicenda creativa del grande artista francese, attraverso 130 immagini in bianco e nero, tutte provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge, nell’immediata periferia sud di Parigi“. Una sorta, insomma, di atto d’amore, che, in fondo, la fotografia è, attraverso improbabili personaggi, bambini (spensierati), uomini, donne , innamorati pieni di vita e di passione e personaggi famosi che diventano vere e proprie icone della “sua”città.  Vedere “il lato bello”, insomma della vita, lui che iniziò come pubblicitario e fini per diventare un grande fotografo. Perdersi per le strade di Parigi, come nella vita, osservare la “sua” città  contemporanea e riconoscerne un pò di quelle emozioni umane ora forse un po’ demodè e da secolo scorso e sicuramente, di cui, la recente pandemia da covid, ha un po’ disabituato: amore e vita in strada, dove anche un bacio può dare scandalo e lo si vive quindi con indifferenza, cosi come tra la gente sconosciuta e quella famosa, che sia per il gusto di sentirsi o essere vivi. Lontana la guerra, esplode la vita. In mostra inoltre, anche ritratti di Jacques Prévert, Pablo Picasso (con la celebre foto dell’amico) ed i tanti protagonisti di quegli anni.  Presente alla mostra anche il video documentario biografico della nipote Clementine Deroudille dal titolo Robert Doisneau uscito nei cinema italiani nel 2017 con il sottotitolo “La lente delle meraviglie” ed inoltre, tra i capolavori esposti, anche la  foto del bacio, Le baiser de l’Hôtel de Ville del 1950. Iconica foto che ritrae una giovane coppia che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e per questa chiese ai due giovani di posare per lui. Una mostra voluta da Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e prodotta da Silvana Editore che ne cura anche il catalogo.Un modo per perdersi nella bellezza delle cose che ci circondano, almeno qualche ora.




L’arte come piacere di sentirsi a casa

di Cristina T. Chiochia

Con la mostra L’Ode al Piatto (30 novembre – 24 dicembre 2022) , lo storico Studio Bolzani di Milano, gioiello di Angelo Bolzani che quest’anno celebra il proprio centenario dalla fondazione con una serie di iniziative nel passaggio pedonale di Via Durini (la Galleria Strasburgo, proprio dietro a San Babila), ha offerto durante il periodo di Natale al suo pubblico, un concetto di arte come piacere, in questo caso quello di sentirsi a casa.
E lo ha fatto con una mostra su un oggetto apparentemente semplice: il piatto, appunto, presente in tutte le case.
Una mostra di piatti che, come recita il comunicato stampa sono “realizzati dai più conosciuti e rinomati artisti del ‘900. Le ceramiche presentate, saranno piu di quaranta. I campi di grano di Mario Schifano, i cavalli di Aligi Sassu, le ricche composizioni di Michele Cascella, i volti aggraziati di Ernesto Treccani, le geometrie di Arnaldo Pomodoro, i doppi profili di Remo Brindisi, i paesaggi di Carlo Mattioli, le figure cubiste di Ibrahim Kodra, sono solo alcune delle firme storicizzate che saranno esposte in mostra“. Durante il periodo natalizio insomma, la galleria ha offerto uno sguardo inedito sul “food” visto però non dando importanza al contenuto dei piatti, ma i piatti stessi. Perchè, in fondo, l’uomo è ciò che mangia. Perché non riflettere sull’uomo attraverso le emozioni che suscitano dei piatti proprio in questo periodo di festa? Inoltre tutti d’Autore.
Un viaggio, quello nel secondo piano della galleria dove erano presenti anche molti altri capolavori volutamente in ordine scomposto ma in continuo dialogo con le pareti, dove l’ alimentazione del cibo fisico è connessa all’evocazione della vita emotiva del piatto dipinto e che assume un significato estetico di arte, ma di esplicito richiamo alla “conditio sine qua non ” dove le opere evocano la sensibilità degli artisti.
L’uomo è ciò che mangia.  Ed ecco come una sorta di ritratti, i piatti dipinti come prospettive dell’anima nei diversi aspetti psicologici come quello di Bruno Cassinari che in una ceramica policroma (“prova d’autore”), oppure quello di  Franco Gentilini con il suo “Volto femminile. Piatto che puo’ essere anche in dialogo con quello che puo’ contenere, come aspetto fisiologico, come quello di Saverio Terruso (Pezzo unico) dove la rappresentazione di un piatto di pesci diventa moto accellerato sulla superficie dei colori.
Un viaggio nella “affettività” di un piatto tra abbuffate e trasgressioni umane, ma anche nell’intimità affettiva, religiosa e culturale della società che esprime, come quello di Salvatore Fiume con un nudo di donna ammiccante, o da contro, quello profondamente spirituale di Franco Rognoni.
Concludendo la mostra ha offerto un modo inedito per allontanarsi dalla percezione del piacere fisico del cibo (che un piatto ovviamente può contenere), per immergersi in quello del proprio mondo interiore Un ascolto di sé intenso, che avviene attraverso l’arte dove il concetto di “appetito”, permette agli artisti in mostra di dialogare tra di loro, quasi alla ricerca di un linguaggio nuovo per merito della superficie della ceramica del piatto.
Una mostra che è un’ode al bisogno d’amore, alla ricerca del proprio anestetico naturale, l’arte. Proprio perchè grazie all’arte, avviene spesso il miracolo: eliminare la sofferenza e la profonda insoddisfazione di vivere questi tempi tanto difficili e confusi.
Una scorciatoia? Forse. Ma la bella mostra “Ode al Piatto”  nutre di bellezza estetica in concetto di desiderio e di piacere associato al cibo e lo pone in relazione al piatto, ovvero ciò che da sempre lo contiene, lo accoglie per essere poi gustato. Piatti artistici che sono veri capolavori in ceramica di grandi autori italiani che dipingono sulla superficie del piatto, che diventa accogliente non solo di colori ma anche di arte, in totale equilibrio espressivo, ed in continuo dialogo tra di loro. Arte come piacere. Quello di sentirsi accolti ed “a casa”.