Il Nabucco sci-fi di Poda conquista l’Arena
Il Nabucco sci-fi di Stefano Poda conquista l‘Arena di Verona dove, fino al 5 settembre, proseguono le repliche di questo nuovo allestimento dell’opera di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la 102esima edizione dell’Arena di Verona Opera Festival.
La produzione all inclusive di Poda che, così come per l’Aida di due anni fa, firma regia, luci, costumi futuristici, scenografia e coreografie, è avveniristica, monumentale, ipnotica e perfetta per gli spazi e i tempi dell’Arena. Per questo la scelta di assistere a una delle prossime repliche del Nabucco in Arena è vincente.
Poda spoglia la vicenda di qualsiasi riferimento storico al contesto ebraico-babilonese narrato nei libri di Geremia e Daniele così come dell’afflato della narrazione politica risorgimentale del libretto di Temistocle Solera, privilegiando, con la sua cifra stilistica simbolica, un racconto sospeso nel tempo e nello spazio che dà vita a un conflitto tra identità, fede e potere. Le masse degli schieramenti sono facilmente identificate dal colore delle vesti: oro-sabbia per gli oppressi (gli ebrei), viola per i conquistatori (i babilonesi), mentre conflitto è mostrato da duelli di scherma fluidi ed eleganti, in una sorta di movimenti coreografati tra danza e arti marziali che diventano essi stessi racconto. Sul palco campeggiano solo tre installazioni colossali: al centro si staglia una gigantesca clessidra sovrastata dalla scritta “Vanitas”, a rappresentare la caducità dell’esistenza umana prigioniera della propria vanità, da cui discende una scala di venti metri su cui scorrono scritte e luci pulsanti, mentre ai lati campeggiano due semisfere che inizialmente si trovano due lati opposti del palco per poi riunirsi nel finale catarchico in un unico globo. All’interno di questi spazi e sulle gradinate dell’Arena si muovono quattrocento persone tra coro, mimi, e ballerini con movimenti precisi e geometrici dal forte impatto visivo.

A dominare la scena, nella recita di sabato 9 agosto, è stato il baritono Luca Salsi che ha proposto un ritratto convincente del potente sovrano che si voleva elevare a Dio, re e padre prima orgoglioso, poi mente smarrita e fragile e, infine, anima riconciliata dalla toccante sensibilità. Il timbro caldo e il fraseggio chiaro hanno caratterizzato l’esecuzione. Particolarmente emozionante “Dio di Giuda”.
La serata ha poi registrato l’esordio nel ruolo Abigaille del soprano Olga Maslova che ha mostrato solidità vocale e ha restituito un personaggio, tra i più complessi del repertorio verdiano, vivo e travolgente. Il tenore Francesco Meli nei panni di Ismaele regala al personaggio una autenticità rara, elegante il mezzosoprano Anna Werle nelle vesti di Fenena, mentre il basso Alexander Vinogradov interpreta un Zaccaria di grande intensità in particolare nella interpretazione di “Vieni, o Levita”. Chiudono il cast della serata Gabriele Sagona il gran sacerdote di Belo, Matteo Macchioni Abdallo ed Elena Borin Anna al debutto stagionale.
Il Coro, preparato da Roberto Gabbiani, è protagonista dell’opera e con Va’ pensiero e Immenso Jeovah supera se stesso. Personalmente spiace forse che il maestro Pinchas Steinberg, alla guida dell’Orchestra areniana, a quanto pare abbia mandato in pensione la consuetudine di bissare, a prescindere il coro del Va’ Pensiero, privilegiando la continuità del racconto, l’intensità dell’emozione e il progredire della tensione scenica. Intensità aiutata da una lettura più intima rispetto ad altre del recente passato.


