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Il Nabucco sci-fi di Poda conquista l’Arena

Il Nabucco sci-fi di Stefano Poda conquista l‘Arena di Verona dove, fino al 5 settembre, proseguono le repliche di questo nuovo allestimento dell’opera di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la 102esima edizione dell’Arena di Verona Opera Festival.
La produzione all inclusive di Poda che, così come per l’Aida di due anni fa, firma regia, luci, costumi futuristici, scenografia e coreografie, è avveniristica, monumentale, ipnotica e perfetta per gli spazi e i tempi dell’Arena. Per questo la scelta di assistere a una delle prossime repliche del Nabucco in Arena è vincente.

Poda spoglia la vicenda di qualsiasi riferimento storico al contesto ebraico-babilonese narrato nei libri di Geremia e Daniele così come dell’afflato della narrazione politica risorgimentale del libretto di Temistocle Solera, privilegiando, con la sua cifra stilistica simbolica, un racconto sospeso nel tempo e nello spazio che dà vita a un conflitto tra identità, fede e potere. Le masse degli schieramenti sono facilmente identificate dal colore delle vesti: oro-sabbia per gli oppressi (gli ebrei), viola per i conquistatori (i babilonesi), mentre conflitto è mostrato da duelli di scherma fluidi ed eleganti, in una sorta di movimenti coreografati tra danza e arti marziali che diventano essi stessi racconto.  Sul palco campeggiano solo tre installazioni colossali: al centro si staglia una gigantesca clessidra sovrastata dalla scritta “Vanitas”, a rappresentare la caducità dell’esistenza umana prigioniera della propria vanità, da cui discende una scala di venti metri su cui scorrono scritte e luci pulsanti, mentre ai lati campeggiano due semisfere  che inizialmente si trovano due lati opposti del palco per poi riunirsi nel finale catarchico  in un unico globo. All’interno di questi spazi e sulle gradinate dell’Arena si muovono quattrocento persone tra coro, mimi, e ballerini con movimenti precisi e geometrici dal forte impatto visivo.

Nabucco all'Arena Opera Festival di Verona
Immagine dell’Arena di Verona Opera Festival su concessione Fondazione Arena e Crediti Fotografici ©EnneviFoto/Fondazione Arena

A dominare la scena, nella recita di sabato 9 agosto, è stato il baritono Luca Salsi che ha proposto un ritratto convincente del potente sovrano che si voleva elevare a Dio, re e padre prima orgoglioso, poi mente smarrita e fragile e, infine, anima riconciliata dalla toccante sensibilità. Il timbro caldo e il fraseggio chiaro hanno caratterizzato l’esecuzione. Particolarmente emozionante “Dio di Giuda”.

La serata ha poi registrato l’esordio nel ruolo Abigaille del soprano Olga Maslova che ha mostrato solidità vocale e ha restituito un personaggio, tra i più complessi del repertorio verdiano, vivo e travolgente. Il tenore Francesco Meli nei panni di Ismaele regala al personaggio una autenticità rara, elegante il mezzosoprano Anna Werle nelle vesti di Fenena, mentre il basso Alexander Vinogradov interpreta un Zaccaria di grande intensità in particolare nella interpretazione di “Vieni, o Levita”. Chiudono il cast della serata Gabriele Sagona il gran sacerdote di Belo, Matteo Macchioni Abdallo ed Elena Borin Anna al debutto stagionale.

Il Coro, preparato da Roberto Gabbiani, è protagonista dell’opera e con Va’ pensiero e Immenso Jeovah supera se stesso. Personalmente spiace forse che il maestro Pinchas Steinberg, alla guida dell’Orchestra areniana, a quanto pare abbia mandato in pensione la consuetudine di bissare, a prescindere il coro del Va’ Pensiero, privilegiando la continuità del racconto, l’intensità dell’emozione e il progredire della tensione scenica. Intensità aiutata da una lettura più intima rispetto ad altre del recente passato.




Il Rigoletto storico torna in scena all’Arena di Verona

È un Rigoletto energico e drammatico quello diretto da Ivo Guerra che, dopo otto anni di assenza, è tornato in scena, lo scorso 8 agosto, alla 102esima edizione dell’Arena di Verona Opera Festival, Una serata sold out, con un pubblico partecipe che ha decretato il successo dell’ultimo titolo della stagione proposto in Arena. Per il Rigoletto, tra le opere più amate dal pubblico areniano (il capolavoro di Giuseppe Verdi è settimo titolo più proposto nella storia dell’Arena), ci sono ancora tre repliche in programma prima della fine della stagione: il 22 e 30 agosto, 6 settembre.

L’allestimento proposto a Verona è quello storico che, grazie alle grandi scene dipinte   da Raffaele Del Savio ispirate ai bozzetti di Ettore Fagiuli, primo scenografo areniano, ricostruisce sul palco dell’Arena la Mantova dei Gonzaga: le stanze affrescate di Palazzo Te, le sponde del Mincio dal Castello di San Giorgio e la rocca di Sparafucile. I costumi sontuosi curati da Carla Galleri e le luci di Claudio Schmid completano la ricostruzione della corte libertina di Mantova dove, consumati dalle contrastanti passioni e ossessioni, i personaggi di Verdi (ispiratosi a Le Roi s’amuse di Victor Hugo tradotto in versi da Francesco Maria Piave), consumano intrighi e vendette. La luna piena, che alla fine del primo atto ha iniziato a delinearsi proprio sopra le gradinate dell’Arena illuminando le scenografie, ha regalato agli spettatori dell’8 agosto una suggestione ancora maggiore.

Il Rigoletto all'Arena Opera Festival a Verona
Immagine su concessione di Fondazione Arena. Crediti fotografici: ©EnneviFoto/Fondazione Arena

Protagonista della serata dell’8 agosto è stato il baritono francese Ludovic Tézier che, grazie a una presenza scenica magnetica e all’autorità vocale, ha offerto una interpretazione lacerante del buffone di corte, riuscendo a incarnarne la tragica complessità psicologica ed emotiva. Il basso Gianluca Buratto è uno Sparafucile autorevole,  mentre Martina Belli, mezzosoprano all’esordio areniano, dà vita a una Maddalena seducente e dalla solidità vocale. Il tenore samoano Pene Pati(Duca di Mantova), al debutto in Anfiteatro, porta un timbro interessante, Nina Minasyan (Gilda), una delicata elganza. Abramo Rosalen (Il Conte di Monterone) colpisce per la voce potente.  Completano il cast Agostina Smimmero, Francesca Maionchi, Elisabetta Zizzo, Matteo Macchioni, Nicolò Ceriani, Hidenori Inoue, Ramaz Chikviladze. Il Coro è preparato da Roberto Gabbiani, diretto con l’Orchestra di Fondazione Arena dal maestro Michele Spotti che ha saputo delineare i ritmi della partitura creando un’esperienza coinvolgente.

Dopo la prima dell’8 agosto, sono attesi in scena per le prossime repliche del Rigoletto Amartuvshin Enkhbat (il 22 agosto), Luca Salsi (il 30 agosto) e Youngjun Park (il 6 settembre) nel ruolo del protagonista; come Duca subentra Galeano Salas il 6 settembre, mentre Rosa Feola è Gilda il 22 agosto e Erin Morley il 30 agosto e il 6 settembre.

 




Arte e simbolismo nella Traviata di Hugo de Ana in scena all’Arena di Verona

Con l’edizione in corso dell’Arena di Verona Opera Festival è tornata in scena La Traviata di Giuseppe Verdi nell’allestimento firmato da Hugo de Ana, una produzione che mancava dal festival veronese dal 2016. La produzione trasporta il pubblico nella Parigi della Belle Époque e dà vita a una serata dove la grandezza interpretativa degli interpreti crea momenti di arte e magia.
La produzione di de Ana, originariamente ideata per l’Arena Opera Festival del 2011, vince la sfida di adattare un’opera intimista come La Traviata agli spazi colossali dell’anfiteatro romano. Gigantesche cornici vuote e specchi poggiati sulle gradinate dell’Arena di Verona rappresentano il fulcro dell’allestimento che si anima nel corso dello svolgimento dell’opera con rappresentazioni di tableau vivant. L’intuizione del regista è quella di utilizzare cornici enormi come simbolo delle convenzioni sociali del mondo scintillante e ipocrita in cui si muove La Traviata, Violetta Valéry, fino all’incontro con l’amore sincero di Alfredo. La protagonista ha valore solo all’interno delle convenzioni sociali, le stesse racchiuse dalla cornice, un simbolismo che si rivela particolarmente efficace nel secondo atto quando l’enorme tela a fiori che custodiva l’idillio campestre dei due amanti, cala assieme al cadere delle loro illusioni.
L’esordio di Francesco Ommassini sul podio areniano per La Traviata dello scorso 25 luglio ha portato una lettura meditativa ed elegante della partitura verdiana che ha saputo valorizzare le qualità vocali degli interpreti.
La Traviata prosegue le repliche fino al 2 agosto.

Cast di alto livello Il vero punto di forza della serata del 25 luglio si è rivelato essere il cast. Rosa Feola, Violetta, ha dimostrato ancora una volta la sua classe interpretativa, nonostante le difficoltà sceniche imposte dalla regia che portato il soprano a interpretare “Sempre Libera” in cima a una cornice sul finale del primo atto, a simboleggiare la fuga dalle convenzioni grazie all’amore. Commovente la sua interpretazione di “Addio del passato”.
Al suo fianco, Dmitry Korchak ha fatto il suo debutto in Arena nel ruolo di Alfredo. Il tenore russo, già noto al pubblico veronese per aver interpretato il Conte d’Almaviva ne Il Barbiere di Siviglia nel 2018 e nel 2023, ha saputo dare vita e voce alle intemperanze e all’egoismo di Alfredo.
Nel ruolo di Giorgio Germont, Amartuvshin Enkhbat si conferma interprete verdiano d’eccezione dal fraseggio morbido e dalla piena adesione al personaggio. Il baritono mongolo, già applaudito nelle precedenti stagioni areniane, ha dimostrato ancora una volta la sua classe interpretativa.
La serata ha beneficiato anche di un cast di supporto di alto livello. Sofia Koberidze ritrae una Flora arguta e leggera, in duello amoroso con il Marchese d’Obigny, interpretato da Jan Antem. Matteo Macchioni è un Gastone dalla voce squillante, mentre buone le prove di Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Gabriele Sagona (Dottor Grenville) e Francesca Maionchi (Annina), capaci di piegare i colori vocali alle esigenze drammatiche. Ottima la prestazione, sia vocale che scenica, del Coro della Fondazione Arena di Verona, preparato da Roberto Gabbiani, confermando l’eccellenza tecnica che caratterizza i complessi artistici areniani.




La Carmen di Zeffirelli, il kolossal che celebra l’Arena di Verona

Carmen festeggia in Arena i 150 anni dalla prima assoluta dell’opera di George Bizet e i 30 anni dal debutto areniano dell’allestimento di Franco Zeffirelli che si conferma attuale, vitale e con una capacità di coinvolgimento che pochi spettacoli riescono a mantenere nel tempo.
L’allestimento si presenta come un vero kolossal cinematografico che coinvolge centinaia di figuranti, due cori (il Coro di Fondazione Arena preparato da Roberto Gabbiani e il coro voci bianche di A.Li.Ve. istruite da Paolo Facincani), la Compagnia Antonio Gades protagonista, tra l’altro, dell’interruzione tra il terzo e il quarto atto in cui dà vita a una applaudita gara di flamenco e la parata di stelle internazionali. Zeffirelli porta in scena oltre quattrocento persone, oltre a cavalli, asini, carri e carretti che rendono la scena ancora più reale. Nessun dettaglio è lasciato al caso neppure nelle scene di massa dove ogni comparsa, mimo, attore e cantante racconta nel volto e nei gesti una sua storia.
La Carmen di George Bizet firmata da Zeffirelli continua a stupire per la sua capacità di coniugare spettacolarità e intimità drammatica, per la concretezza scenica e allo stesso tempo per il gusto per il dettaglio visivo, per la concretezza scenica e, in ultimo, per il suo allure che non tradisce mai il carattere popolare e passionale dell’opera.
Sul podio il maestro Francesco Ivan Ciampa bilancia con maestria i momenti lirici con quelli più spettacolari.

Un cast di stelle Nella serata del 26 luglio, nel ruolo di Carmen ha brillato Alisa Kolosava, mezzosoprano russa che torna a interpretare la zingara di Bizet dopo il successo ottenuto nello stesso ruolo in occasione del 101°Opera Festival 2024. La sua interpretazione unisce una tecnica vocale impeccabile alla grinta di Carmen e a una presenza scenica magnetica. Elegante negli accenni flamenchi, Kolosava riesce a incarnare perfettamente la dualità del personaggio di Carmen: seduttrice e ribelle, passionale e tragica, pur mantenendo sempre costante l’accento alla rivendicazione della libertà di essere sempre se stessa. Il suo fraseggio nella celebre “Habanera” rivela maturità artistica, mentre nei momenti drammatici del quarto atto Kolosava dimostra una capacità di sostenere l’intensità emotiva che pochi interpreti riescono a raggiungere. La voce, di timbro caldo e penetrante, si adatta perfettamente agli spazi dell’Arena, riuscendo a raggiungere ogni angolo dell’anfiteatro con naturalezza e potenza.
Accanto a Kolosava, Roberto Alagna dà vita a un Don José di autentica grandezza drammatica, sostenuta da un’interpretazione vocale e scenica di rara intensità. Il tenore francese porta sul palco un Don José tormentato e credibile, capace di passare dalla tenerezza iniziale alla disperazione finale con una progressione drammatica che tiene il pubblico con il fiato sospeso. La sua voce mantiene quella brillantezza e quella facilità negli acuti che lo hanno reso celebre sui palcoscenici internazionali. Particolarmente toccante la sua interpretazione del 2la fleur que tu m’avais jettée”” del secondo atto, dove la tecnica si fonde con un’emotività autentica che raggiunge direttamente il cuore degli spettatori, evidenziando i travagli del personaggio verso l’inarrestabile corsa al degrado morale.
Mariangela Sicilia offre una Micaela di grande purezza vocale e interpretativa, riuscendo a far emergere la forza interiore del personaggio. La sua aria del terzo atto, “Je dis que rien ne m’épouvante”, viene eseguita dalla soprano già interprete di Micaela in Arena nel 2018, ’19, ’23 e ’24, con una sensibilità musicale che mette in risalto ogni sfumatura del testo.
Escamillo è il baritono Luca Micheletti. Il cantante unisce carisma scenico e solidità vocale. La sua “Chanson du Toréador” diventa un momento di puro spettacolo, sostenuta da una voce potente e ben proiettata che riesce a dominare l’orchestra e il coro senza apparente sforzo. Micheletti tratteggia un Escamillo sicuro di sé e affascinante, capace di conquistare Carmen con la sua sicurezza e il suo charme naturale.
A completare il cast Jan Antem e Francesco Pittari (i contrabbandieri Dancairo e Remendado), Daniela Cappiello e Sofia Koberidze (Frasquita e Mercédès) Gabriele Sagona e Giulio Mastrototaro (Zuniga e Morales) che contribuiscono a creare quell’atmosfera di ensemble che è fondamentale per la riuscita di Carmen.

Un successo che guarda al futuro Questo ritorno di Carmen all’Arena di Verona dimostra di come il teatro d’opera possa continuare a rinnovarsi pur mantenendo le proprie radici. È tuttora la seconda opera più ricorrente in Anfiteatro dopo il capolavoro verdiano: il 14 agosto 2025 è prevista la recita numero 300 da quella prima Carmen. Repliche della “Carmen” sono previste il 14, 23, 29 agosto, con il gran finale in programma il 3 settembre ore 21.




Aida, Carmen e Violetta, tre voci di libertà all’Arena di Verona

Aida, Carmen e Violetta tornano sul palco dell’Arena di Verona a raccontarsi e a interrogare il presente con la forza delle loro scelte radicali. La Traviata, Carmen e Aida vanno in scena, per un fine settimana veronese da non perdere, il prossimo 25, 26 e 27 luglio interpretate rispettivamente da Rosa Feola, Alisa Kolosova e Aleksandra Kurzak.
Fin dalle origini del Festival Lirico di Verona, inaugurato nel 1913 con l’Aida di Giuseppe Verdi a cui è seguita nel 1914 la prima produzione di Carmen in Arena, le tre opere hanno segnato la programmazione areniana, trasformando queste tre figure operistiche in pilastri della cultura europea. Aida con la sua monumentalità che si sposa con l’architettura romana, La Traviata con la sua intimità che contrasta con la vastità dell’anfiteatro, Carmen con la sua sensualità mediterranea che risuona nelle notti estive veronesi. Non si tratta solo di numeri: ogni rappresentazione segna un confronto tra la concezione ottocentesca della femminilità e le istanze contemporanee di autodeterminazione.

Violetta Valéry: il potere delle scelte. Dall’esclusione sociale alla libertà economica. Il potere delle scelte Violetta Valéry, protagonista de La Traviata, emerge dalla Parigi di metà Ottocento come una donna che detiene un controllo inedito sulla propria esistenza, una donna che sceglie i propri amanti e gestisce la propria ricchezza in una società che relega le donne alla dipendenza maschile. Il personaggio nasce dal romanzo “La Dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio, ispirato alla figura reale di Marie Duplessis, morta di tisi a ventitré anni.

Quando Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave creano La Traviata nel 1853, Violetta Valéry rappresenta una figura rivoluzionaria mascherata da melodramma romantico. La cortigiana parigina incarna una contraddizione che l’epoca fatica ad accettare, sfida le convenzioni del tempo e trasforma la condanna sociale in libertà economica. La sua morte per tisi, consunzione, rappresentava il prezzo pagato da chi osava vivere secondo regole personali, rivendicando piacere e autonomia, mentre oggi la rinuncia all’amato  Alfredo Germont diventa atto consapevole di una donna libera. Nel 2025, la voce Violetta risuona ancora attuale. La sua capacità di negoziare tra desiderio e convenienza sociale, tra passione e calcolo, parla a generazioni che hanno conquistato spazi di autodeterminazione impensabili nell’Ottocento, pur continuando in molti casi a vivere la tensione costante tra realizzazione personale e pressioni sociali.

La regia di Hugo De Ana, con i suoi specchi e arazzi belle époque, riflette questa tensione tra apparenza e autenticità che attraversa i secoli. La direzione di Francesco Ommasini le dà forma.

Carmen: la ribellione come identità Carmen di Georges Bizet emerge dalla Siviglia del 1875 come l’antitesi della femminilità romantica. Prosper Mérimée, autore della novella, prima e Bizet poi costruiscono un personaggio che rifiuta ogni forma di possesso maschile, utilizza la seduzione come strumento di potere e sceglie infine la morte piuttosto che la sottomissione. Carmen non chiede pietà né perdono: rivendica il diritto di cambiare idea, di tradire, di essere incoerente. L’opera, che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 150 anni, fece scandalo fin dalle prove, cambiando poi per sempre la storia del melodramma.

La modernità di Carmen risiede nella consapevolezza tragica delle conseguenze delle proprie scelte. Sa che Don José può ucciderla, ma preferisce la morte alla sottomissione. La sua frase finale, “Tuez moi donc, ou laissez-moi passer!” (Uccidimi dunque, o lasciami passare!), rappresenta un manifesto di resistenza che attraversa i secoli.

La Carmen, portata in scena nella storica produzione firmata trent’anni da Franco Zeffirelli, dialoga drammaticamente con la cronaca contemporanea. Carmen diventa così l’archetipo della donna che muore per aver detto “no”, ma anche il simbolo di tutti coloro che scelgono la coerenza con se stessi.

La lettura contemporanea del personaggio dell’opera ha quindi visto evolvere Carmen dalla “femme fatale” esotica ottocentesca, a simbolo di libertà sessuale e autodeterminazione di chi vive ai margini della società e da questa marginalità costruisce spazi di libertà.

Aida: il riscatto dalla schiavitù  Aida rappresenta il paradosso della schiava che comanda sul destino dei potenti. Giuseppe Verdi e Antonio Ghislanzoni nel 1871 creano la figura della principessa etiope ridotta in schiavitù in Egitto evidenziando la tensione tra dovere pubblico e desiderio privato, tra fedeltà alla patria e fedeltà al cuore.

La produzione in scena quest’estate e firmata da Stefano Poda si confronta con Aida attraverso la creazione di un Egitto visionario e simbolico fatto di trasparenze, fasci di luce e costumi sontuosi.  La lacerazione di Aida tra due patrie, l’Etiopia del padre Amonasro e l’Egitto dell’amato Radamès, rispecchia le appartenenze multiple che definiscono l’identità contemporanea. Se la lettura ottocentesca vedeva in Aida l’esotismo caro al pubblico europeo, una principessa africana idealizzata secondo canoni occidentali, oggi il personaggio parla di persone che mantengono connessioni culturali transnazionali mentre costruiscono nuove appartenenze. In questo contesto, la scelta di Aida di morire accanto a Radamès, rappresenta la scelta di chi rifiuta di vivere dimezzato tra mondi inconciliabili e così facendo, trasforma la sconfitta in trionfo spirituale. Non è più il conflitto romantico tra amore e dovere, ma la condizione esistenziale di chi appartiene a più mondi e deve costantemente negoziare lealtà diverse.

Soggetti autonomi e non oggetti del desiderio Nel panorama operistico ottocentesco, Violetta, Carmen e Aida rappresentano un’evoluzione rispetto alle eroine passive del primo Romanticismo. Non subiscono il destino: lo forgiano con decisioni consapevoli.  Tutte e tre possiedono la capacità di agire autonomamente, influenzando il proprio destino come soggetti della propria storia e non oggetti del desiderio maschile. Violetta la esercita attraverso la gestione economica della propria sessualità, Carmen attraverso il rifiuto a ogni forma di controllo, Aida attraverso la fedeltà a valori che trascendono le convenienze politiche. La loro tragicità non deriva dalla fatalità, ma dalla collisione tra volontà individuale e strutture sociali oppressive e anticipa le rivendicazioni del secolo successivo. Il carisma di queste tre figure nasce dalla loro capacità di trasformare la vulnerabilità in potere e forza politica. Violetta converte la malattia in purificazione morale, Carmen trasforma la marginalità sociale in libertà assoluta, Aida eleva la schiavitù a testimonianza di dignità.

Specchi del presente Al loro debutto (La Traviata nel 1853, Carmen nel 1875, Aida nel 1871), queste opere hanno rappresentato rotture significative con le convenzioni teatrali del tempo. Violetta scandalizza perché trasforma la prostituzione in imprenditorialità femminile, Carmen disturba perché rifiuta la redenzione attraverso l’amore, Aida inquieta perché una schiava detta lezioni morali ai padroni. Il pubblico ottocentesco poteva accettare queste figure solo perché la loro storia si concludeva con la morte.  Oggi queste morti assumono significati diversi e diventano testimonianze di coerenza. Violetta, Carmen e Aida muoiono perché scelgono di rimanere fedeli a se stesse piuttosto che adattarsi a ruoli distanti da loro, rifiutando compromessi e rivendicano il diritto alla alla libertà. La contemporaneità di queste figure risiede in questa fedeltà all’autenticità personale, valore centrale nell’etica contemporanea. Sono donne che rifiutano di essere salvate dagli uomini perché hanno scelto di salvare se stesse, anche nella morte

L’Arena di Verona, anche nel 2025, diventa un  palcoscenico che amplifica la loro risonanza contemporanea, un teatro dove passato e presente si confrontano attraverso voci femminili che pur con centocinquant’anni di storia alle spalle, mantengono intatta la loro forza provocatoria. Sono numerose le serate dedicate ad Aida, Violetta e Carmen, confermando come questi titoli restino pilastri del repertorio non per nostalgia ma per capacità di interrogare il presente. L’Arena di Verona diventa così il

L’eredità delle tre ribelli Dal 1913  Carmen, Aida e Violetta hanno accompagnato l’evoluzione della coscienza femminile europea, hanno visto passare due guerre mondiali, il movimento suffragista, la rivoluzione sessuale, il femminismo, l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, i movimenti per i diritti Lgbtq+. Attraverso ogni trasformazione sociale, Aida, Carmen e Violetta hanno mantenuto la loro rilevanza perché incarnano conflitti che attraversano le epoche: il prezzo della libertà che non si mendica, il valore dell’autodeterminazione, la tensione tra desiderio individuale e convenzione sociale- Nell’Arena del 2025, queste tre opere declinate al femminile continuano a insegnare che la vera libertà costa tutto, ma vale tutto.




A Verona si alza il sipario sull’Arena Opera Festival

Il 13 giugno si alza si alza il sipario sull’Arena Opera Festiva di Verona giunto alla sua 102° edizione. Il Festival accompagna il suo pubblico per tutta l’estate, fino al 6 settembre, con 51 serate suddivise tra opere (cinque i titoli in cartellone), gala di danza, concerti innovativi e serate speciali.

I protagonisti In scena artisti di fama, tra cui si annoverano Roberto Bolle e Jonas Kaufmann al cui talento sono dedicate serateseciali. Accanto a loro, un elenco di nomi che risuonano nel panorama lirico mondiale come Roberto Alagna, Luca Micheletti, Aigul Akhmetshina, Brian Jagde, Mariangela Sicilia, Piotr Beczała, Anita Rachvelishvili, Maria José Siri, Christian Van Horn, Gregory Kunde, Rosa Feola, Erwin Schrott, Vittorio Grigolo, Vasilisa Berzhanskaya, Nadine Sierra, Luca Salsi, Francesco Meli, Ludovic Tèzier, Anna Pirozzi, Yusif Eyvazov, Amartuvshin Enkhbat, Aleksandra Kurzak. Sul podio si alterneranno Pinchas Steinberg, Andrea Battistoni, Francesco Ivan Ciampa, Daniel Oren, Michele Spotti, Speranza Scappucci, che per la prima volta dirigerà un’opera, e Francesco Ommassini, al suo debutto assoluto in Arena. Questo mix di presenze consolidate e nuove energie promette interpretazioni sfaccettate e serate memorabili.

Arena Opera Festival a Verona
Immagine su concessione di Fondazione Arena. Crediti fotografici: ©EnneviFoto/Fondazione Arena

Il cartellone La stagione apre con il Nabucco di Giuseppe Verdi proposto con una doppia serata inaugurale (13 e 14 giugno) e un doppio cast. Stefano Poda. Poda firma regia, scene, costumi, luci e coreografie di questa nuova produzione, caratterizzata da effetti scenici, multimedialità e nuove tecnologie. La metafora è quella dei legami tra le particelle atomiche. Il Nabucco è in scena per dodici serate fino al 5 settembre. In programmazione a partire dal 20 giugno l’Aida, nell’allestimento di Poda ideato per la 100ª edizione del Festival, diretta da Daniel Oren, è il 20 giugno. Seguono La Traviata, a partire dal 27 giugno, nella produzione di Hugo De Ana del 2011 e la direzione di Speranza Scappucci; Carmen nell’allestimento cinematografico di Franco Zeffirelli, per otto serate a partire dal 4 luglio e Rigoletto con le scene di Raffaele Del Salvio che ricostruiscono l’allestimento del 1928 firmato da Ettore Fagiuli, per sole quattro date comprese tra l’8 agosto e il 6 settembre. Completano il cartellone Roberto Bolle and Friends fissato il 22 e il 23 luglio, Jonas Kaufmann in Opera il 3 agosto, i Carmina Burana il 15 agosto,  Viva Vivaldi. The Four Seasons immersive concert, il 27 agosto e, al Teatro Romano,  Zorba il Greco il 26, il 27 e il 31 agosto.

Verona capitale di bellezza L’Arena Opera Festival offre un’occasione in più per visitare la città di Il Festival dell’Arena di Romeo e Giulietta, lasciandosi coinvolgere dalle meraviglie artistiche che punteggiano il centro storico patrimonio Unesco e lanciandosi dai percorsi di enogastronomia creati apposta per la kermesse come il Vinitaly, The Opera’s Ouverture, a Palazzo della Gran Guardia per 38 serate compere  tra il 4 luglio e il 31 agosto e The Star Roof, un connubio tra alta cucina e spettacolo dal vivo in collaborazione con Casa Perbellini 12 Apostoli.




La Carmen colossal di Zeffirelli seduce l’Arena di Verona

La Carmen in versione colossal di Franco Zeffirelli in scena all’Arena di Verona è un caleidoscopio di colori, danze travolgenti, emozioni e musica che catapulta lo spettatore in una caotica Siviglia ottocentesca rendendolo partecipe delle vicende dell’eroina raccontata da Prosper Mérimée che, anche grazie ai librettisti Meilhac e Halévy, è allo stesso tempo una femme fatale determinata, egoiste e sprezzante capace di far perdere all’uomo il controllo di sé, una donna consapevole dei propri desideri, uno spirito libero e la vittima chi  è incapace di accettare la libertà come valore fondate della vita di una persona.. L’allestimento, che ha aperto l’Opera Festival due anni fa, porta sul palco cinquecento persone tra solisti, coro delle voci bianche A.li.ve diretto da Paolo Facincani, coro, orchestra, ballo della Fondazione Arena di Verona, figuranti, i ballerini della Compañia Gades e cinque cavalli. È un allestimento dinamico, colorato cinematografico, autentico, immersivo che per le quattro ore circa dell’opera avvolge lo spettatore.

Zeffirelli accompagna lo spettatore dentro la tormentata vicenda della sigaraia e dei suoi amori feroci e roventi con il brigadiere Don Josè e il torero Escamillo, con quadri che, fin dall’ouverture, mostrano la grandezza delle masse in scena. Lo spettacolare allestimento integra, anche grazie al coinvolgimento della Fondazione Franco Zeffirelli, le migliori intuizioni del Maestro  per gli allestimenti del 1995 e del 2009 con nuovi elementi tratti dai bozzetti originali come i velari che incorniciano il proscenio delimitando, come in un teatro al chiuso, i confini della storia raccontata sul palco. Gli sgargianti costumi sono quelli originali di Anna Anni, mentre le luci sono opera di Paolo Mazzon che evidenzia prima l’atmosfera mediterranea, poi la segretezza dei traffici notturni sui monti e infine il climax con la torrida piazza con al centro una croce votiva quando, nel giorno della corrida, si consuma la tragedia.

La seconda rappresentazione di Carmen al 101° Arena di Verona Opera Festival, in una serata dedicata a Carlo Bergoni nel centenario della sua nascita, è stata accolta da una lunga standing ovation che ha tributato il successo dell’opera e dell’intero cast. A dirigere il maestro Leonardo Sini che ha impresso un efficace ritmo teatrale e creato le giuste atmosfere cromatiche.  Protagonista del capolavoro di Bizet nella serata del 13 luglio è Aigul Akhmetshina che ha saputo sprigionare la sensualità di Carmen in una interpretazione fluida e disinvolta. La sua gitana, nata libera, seduce Don Josè, interpretato dal tenore Freddie De Tommaso che ha unito un’esecuzione impeccabile alla tragica espressività del protagonista, salvo poi innamorarsi del toreador Escamillo, portato in scena da un convincente Erwin Schrott dalla voce piena e potente. Daria Ryback è stata una Micala, la fidanzata di Don Josè, dalla vocalità fresca e sicura che ha incantato il pubblico nel terzo atto nella struggente Je dis que rien ne m’épouvante. Completano il cast Jan Antem e Vincent Ordonneau (i contrabbandieri Dancairo e Remendado), Chiara Maria Fiorani, al suo debutto areniano, Alessia Nadin (le amiche di Carmen: Frasquita e Mercedes), Gabriele Sagona e Fabio Previati (Zuniga e Morales).

Nonostante Carmen sia la seconda opera più rappresentata sul palco dell’Arena di Verona subito dopo l’Aida (nel 1914, fu il primo titolo ad essere rappresentato in Arena dopo il successo della prima Aida e con il Festival 2025 si raggiungeranno le 300 rappresentazioni), questa versione vale sicuramente il viaggio a Verona per l’atmosfera incandescente creata sul palco; per l’attualità di una storia, quella di Carmen, in grado di rinnovarsi anno dopo anno e di apparire sempre moderna agli occhi degli spettatori; per la realizzazione d’eccezione in ogni singolo dettaglio, compresa l’improvvisazione flamenca a cui la Compañia Antonio Gades dà vita nel cambio di scena a cavallo tra il terzo e quarto atto; ma soprattutto per le voci in grado di incantare, replica dopo replica, migliaia di turisti e melomani.

Meglio organizzarsi fin da subito per non lasciarsi sfuggire l’occasione di assistere a questo appassionante allestimento che ha dato il via al 101° Opera Festival 2024. Le repliche rimaste non sono tantissime e nell’ordine: il 20 e 25 luglio; il 3, 8, 17, 23 agosto e il 7 settembre. Sul palco si alterneranno stelle internazionali come Clémentine Margaine (20, 25/7 e 3, 17, 23/8) e Alisa Kolosova (8/8) nel ruolo di Carmen; i tenore Francesco Meli (il 20/7, 3, 8, 17/8 e 7/9), Roberto Alagna (25/7 e 23/8) e Paolo Lardizzone nel ruolo di Don Josè; i soprani Daria Rybak (20/7), Aleksandra Kurzak (25/7 e 23/8), Pretty Yende (3/8 e 8/8), Mariangela Sicilia (17/8 e 7/9) nel ruolo di Micaela e  Luca Micheletti (20/7 e 25/7), Dalibor Jenis (8/8, 17/8, 23/8 e 7/9) e Ludovic Tézier (il 3/8) nel ruolo di Escamillo. Per l’ultima rappresentazione del 7 settembre sul podio è atteso infine il ritorno di Daniel Oren.




Con la monumentale Tosca di De Ana, l’Arena di Verona anticipa il Centenario di Puccini

Dieci minuti di standing ovation hanno decretato il successo della seconda rappresentazione della Tosca, nell’allestimento di Hugo De Ana, andata in scena lo scorso 5 agosto all’Arena di Verona. Sabato scorso infatti le stelle sono tornate a splendere sopra l’Antiteatro rendendo ancora più speciale l’assolo “E lucean le stelle” per cui Vittorio Grigolo, un ispirato Mario Cavaradossi, ha concesso il bis. Più volte poi, nel corso della serata, l’opera di Giacomo Puccini (il sesto titolo più rappresentato nel corso delle cento edizioni del Festival Lirico anche grazie ad arie memorabili e amate da un pubblico trasversale come la struggente “Vissi d’arte” e  “Recondita armonia”) è stata interrotta da applausi scroscianti da parte del folto pubblico accorso per il Festival del Centenario e, in particolare, per godere di questo allestimento senza tempo portato in scena per la prima volta nell’estate del 2006.

“Questo capolavoro di Puccini, in una produzione classica e leggibile ma sempre mozzafiato, costituisce uno spettacolo ideale tanto per gli esperti quanto per chi viene all’opera in Arena per la prima volta e si inserisce nell’omaggio che Fondazione Arena sta preparando per il centenario di Puccini” – dichiara Cecilia Gasdia, Sovrintendente della Fondazione che preannuncia novità in arrivo proprio in vista della ricorrenza (cento anni dalla morte di Puccini mancato il  29 novembre 1924) protagonista della prossima stagione dell’Opera Festival Arena di Verona.

Il palco dell’Anfiteatro è dominato dalla testa monumentale dell’Arcangelo Michele di Castel Sant’Angelo che incombe, distaccata e implacabile, mentre le sue enormi mani (una con un rosario e una imbraccia una gigantesca spada pronta a calare sui protagonisti) incorniciano la scena su cui si alternano opulenti candelabri, tele, croci e mobili d’epoca. Il dramma, in tre atti, prende vita nell’arco di un’unica giornata (il 14 giugno 1800) nella Roma papalina in tumulto, cupa e opulenta, contesa dai bonapartisti ma controllata dal regime di polizia dello spietato Barone Scarpia, mentre sullo sfondo si odono gli echi della battaglia di Marengo. È una Tosca colossale, teatrale e maestosa in cui l’allestimento è a servizio della psicologia dei personaggi: Floria Tosca, diva dalla forte forte personalità e da grandi contrasti; Cavaradossi artista liberale e il Barone Scarpia, il villain del dramma, a capo della polizia pontificia. Non sopravvivrà nessuno.

De Ana, regista, scenografo costumista e lighting designer, gioca sui simboli per far emergere tutte le pulsioni umane al centro dell’opera: gelosia, brama di potere, sesso, amore, passione, lascivia, ipocrita devozione, onore, amore, viltà e coraggio.

Indimenticabile il fastoso Te Deum che, in una sorta di allucinazione di Scarpia, chiude il primo atto con una processione di vescovi quasi mummificati a cui fanno da contraltare altre figure di ecclesiasti dalle fattezze scheletriche che emergono dalle nicchie della parete di fondo

La seconda rappresentazione di Tosca ha visto protagonisti, diretti da Francesco Ivan Ciampa, oltre a Grigolo, anche il soprano bulgaro Sonya Yoncheva nel ruolo di Tosca e Roman Burdenko in quello di Scarpia. Hanno completato il cast il basso georgiano Giorgi Manoshvili nel ruolo di Angelotti, Giulio Mastrototaro nel ruolo del sagrestano, Carlo Bosi come Spoletta, Nicolò Ceriani  nei panni di Sciarrone, Dario Giorgelè come carceriere e Erika Zaha che, con uno stornello cantato sulle rive del Tevere,  apre l’ultimo atto mentre le campane preannunziano la resa dei conti. In scena infine il coro preparato da Roberto Gabbiani e il coro delle voci bianche A.d’A.Mus. diretto da Elisabetta Zucca.

Repliche il 10 agosto e il 1° settembre

 




L’Aida di Anna Netrebko infiamma Verona

Dieci minuti di standing ovation hanno chiuso la rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi all’Arena di Verona. Sabato 16 luglio, in una serata prossima al sold out, è trionfare è stata Anna Netrebko nel ruolo della protagonista, la Celeste Aida figlia del re etiope Amonasro e schiava in Egitto. Carismatica in “Ritorna vincitor”, suadente in “O cieli azzurri” e poi ancoracombattuta e accorata nel tragico duetto con Amonasro e sensuale in quello con l’innamorato Radames, Netrebko ha saputo dominare la scena anche grazie all’intesa conYusif Eyvazov, suo compagno nella vita e sul palcoscenico.  Lasciate al di fuori dell’anfiteatro romano le polemiche sull’utilizzo del “blackface”, il pubblico del 99° Verona Opera Festival è rimasto incantatodal ritorno in scena del soprano russa nell’opera regina dell’Arena.

Accompagnata da un cast di eccezione a iniziare daltenore Eyvazov nel ruolo del guerriero Radames combattuto tra l’amore per Aida e l’amore per la propria patria dal mezzosoprano Anna Maria Chiuri nel ruolo di Amneris, figlia del Re degli Egizi e sfortunata terza nel triangolo amoroso in scena. Applausi anche per Amonasro interpretato dal baritono Ambrogio Maestri che alterna la dolente supplica al Re degli Egizi con l’intransigente duetto con Aida, per il Re degli Egizi del basso Romano Dal Zovo e per il gran sacerdote Ramfis del basso polacco Rafał Siwek.

L’allestimento dell’Aida proposta dal 99° Verona Opera Festival è quello monumentale e faraonicofirmato, vent’anni fa, da Franco Zeffirelli che porta in scena un Egitto dorato, magnificente, prezioso, sovrabbondante, immaginario e sontuoso sovrastato da una colossale piramide e su cui vegliano gli occhi delle 14 sfingi e dei quattro idoli collocati sugli spalti e sulla scena.  La scena monumentale e tradizionale, anche grazie ai costumi multicolori di Anna Anni e alle coreografie originali di Vladimir Vasiliev, restituisce la doppia anima dell’opera di Verdi solenne ed esotica in costante equilibrio fra l’intimismo dei duetti sottolineato da calibrati giochi di luce e la grandeur del trionfo e delle celebrazioni pubbliche come nell’invocazione a Fthà o nell’esortazione alla guerra. Amori, gelosie, passioni, vendette, drammi dilanianti, pentimenti e messaggi di pace tra popoli si alterano sul palco in una rappresentazione che non può che suscitare stupore e meraviglia tra gli spettatori.  Non manca chi parla perfino di un allestimento hollywoodiano e di una “operazione esteticamente abbagliante” per questo allestimento dell’opera tratta da Verdi dal soggetto originale dell’egittologo Mariette e rappresentata in Arena fin dalle origini nel 1913.

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Sul podio di Aida il Maestro Marco Armiliato, Direttore musicale del 99° Arena di Verona Opera Festival 2022, alla guida di Orchestra della Fondazione Arena e Coro preparato da Ulisse Trabacchin. Insieme al Ballo areniano coordinato da Gaetano Petrosino, oltre alla Akmen di Ana Sophia Scheller, fatale spirito guida creato da Zeffirelli appositamente nel 2002 (all’epoca per Carla Fracci), si confermano i due primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staiano.

Si può dire quindi che l’Arena di Verona rimane il teatro migliore dove godersi l’Aida nella lunga stagione estiva. Da non perdere le prossime repliche: 24, 28 luglio (ore 21.00); 5, 21, 28 agosto (ore 20.45) e 4 settembre (ore 20.45).​




La magia de La Traviata incanta l’Arena di Verona

Emozioni e magia incantano le migliaia di spettatori seduti sugli spalti dell’Arena di Verona che si zittiscono improvvisamente quando i violini aprono il Preludio de La Traviata di Giuseppe Verdi nell’allestimento di Franco Zeffirelli, l’ultima sontuosa creazione firmata dal Maestro toscano che ha inaugurato il Verona ’Opera Festival del 2019. Un affresco sulla Parigi dell’Ottocento con un trionfo di colori, luci e costumi che portano lo spettatore subito nel cuore dell’opera più rappresentata al mondo. Lo spettacolo, diretto dal Maestro Marco Armiliato, direttore musicale del Festival, adatta il percorso intimo e psicologico di Violetta, travolta dall’inaspettata storia d’amore tanto da spingersi al sacrificio di sé, alla grandiosità degli spazi areniani con una scena ambiziosa su più livelli resa possibile da una colossale scatola scenica.  Ancora poche repliche per uno spettacolo da non perdere: 22, 30 luglio (ore 21.00), 6, 20 agosto e 1 settembre (ore 20.45). Dopo occorrerà attendere l’estate del 2023 quando, per il Festival del centenario, sarà ripresa anche LA Traviata allestita da Zeffirelli insieme ad a altri sei titoli.

“Questa Traviata vuole essere un omaggio all’arte e alla tecnica di Zeffirelli, da parte di tutte le maestranze areniane, cui è richiesto un lavoro d’eccellenza. Come lui, inoltre, vogliamo credere nei giovani, e anche in questa produzione, accanto a stelle affermate, debuttano virgulti a cui auguriamo una carriera internazionale” racconta Cecilia Gasdia, Sovrintendente e Direttore Artistico di Fondazione Arena, ricordando come nel 1984 fu scelta proprio dal Maestro toscano come Violetta, ne La Traviata diretta da Carlos Kleiber, per poi aggiungere: “Da Sovrintendente, trentacinque anni dopo, è stato un onore per me poter affidare a Zeffirelli un nuovo allestimento e realizzare un sogno che coltivava dal 2008”. L’allestimento in scena de La Traviata “raccoglie l’idea originale di Zeffirelli, quel geniale flash forward che seguendo la musica di Verdi origina una storia d’amore fra le più belle di sempre, e la amplifica rendendola adatta all’unicità degli spazi areniani. Il tutto, grazie anche ai suoi collaboratori, nel segno della cura del particolare, anche nella scena più affollata, che contraddistingue l’opera sempre viva del Maestro. È stata lungamente, accuratamente preparata con lui e presentata al suo fianco nella primavera 2019. Ora la riproponiamo per la prima volta, rendendogli giustizia con un irripetibile cast di stelle” aggiunge Stefano Trespidi, vice Direttore Artistico.

Si inizia dalla fine, dal corteo funebre di Violetta, la Traviata il cui destino, evidenziato dalle note dolenti del Preludio, appare segnato fin da subito. L’irrompere dell’amore per Alfredo porta alla sorpresa, all’esplosione di gioia incontenibile, prima che venga chiesto e accettato il passo indietro per il bene dell’amato e quindi alla rinuncia e al riscatto. La storia è nota per un ruolo titanico che ha visto protagonista la giovane soprano armeno Nina Minasyan che ha dominato la scena commuovendo con grazia e delicatezza  il pubblico dell’Arena che, a sua volta, le ha tributato una standing ovation. Lunghi applausi nella rappresentazione del 15 luglio anche il tenore Francesco Meli, tornato in Arena come Alfredo Germont e per il baritono Amartuvshin Enkhbat (già Nabucco) nel ruolo di Giorgio Germont.

Impreziosiscono l’allestimento i costumi creati da Maurizio Millenotti, le luci di Paolo Mazzon e le coreografie di Giuseppe Picone interpretate dal Ballo dell’Arena coordinate da Gaetano Petrosino e con i primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staiano. L’Orchestra della Fondazione Arena e il Coro preparato da Ulisse Trabacchin sono diretti dal Maestro Armiliato.​