1

L’opera incontra il vino: cinque personaggi, cinque etichette

L’opera e l’enologia condividono una caratteristica fondamentale: entrambi traducono emozioni in linguaggio sensoriale capace di toccare l’animo umano nelle sue sfumature più profonde. Ogni sorso, come ogni nota, racconta una storia che risuona nell’eternità dell’arte.

In una sorta di gioco estivo sono quindi stati scelti i protagonisti di Aida, Nabucco, Rigoletto, Traviata e Carmen, in scena all’Arena di Verona Opera Festival, per accostarli a singole etichette di eccellenza che per caratteristiche organolettiche e storia produttiva richiama i tratti dei protagonisti delle cinque opere.  Gli abbinamenti proposti, per quanto possibile e sempre in un’ottica di gioco estivo, provano a evitare stereotipi scontati, fondati sulla pura provenienza geografica e utilizzano per la selezione delle etichette di eccellenza protagoniste delle guide.  Il Barolo Monfortino incarna la maestà austera di Nabucco, il Dom Pérignon Rosé riflette l’eleganza fragile di Violetta dove le coppe di champagne scandiscono il tempo che fugge; il Châteauneuf du Pape esprime la sensualità indomita di Carmen;  l’Ornellaia rappresenta la nobiltà di Aida; l’Amarone Quintarelli simboleggia la complessità contrastante di Rigoletto.

La stessa presenza del vino in queste cinque opere rivela stratificazioni culturali precise: dalla celebrazione mondana parigina della Traviata alla corruzione delle corti italiane del Rigoletto, dal potere imperiale di Aida alla nostalgia patriottica del Nabucco, fino all’esotismo andaluso di Carmen. Ogni utilizzo riflette non solo convenzioni drammaturgiche, ma documenti storici e antropologici sulle società rappresentate.

Opera e vino, un legame culturale e sociale Il legame tra opera lirica e vino affonda le sue radici nella storia sociale e culturale europea. Questa connessione emerge con particolare forza nel XIX secolo, quando il melodramma diventa lo specchio della società borghese e delle sue ritualità. La presenza del vino nei libretti operistici documenta un fenomeno storico preciso: l’evoluzione dei costumi sociali dell’Ottocento. Il celebre brindisi “Libiamo ne’ lieti calici” de La Traviata di Giuseppe Verdi rappresenta in cui si inneggia alle gioie del vino, dell’amore e del piacere, riflette la pratica sociale dei salotti parigini dell’epoca, documentata nelle cronache di Alexandre Dumas figlio, fonte dell’opera verdiana. La tradizione musicale del brindisi operistico include diverse opere: da “Cantiamo, facciam brindisi” nell’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti a “Viva, il vino spumeggiante” nella Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e rivela come il vino funzioni da catalizzatore drammaturgico, accelerando le dinamiche narrative e psicologiche dei personaggi.

Nel caso di Aida, Nabucco, Rigoletto, Carmen e La Traviata, il vino assume funzioni narrative distinte. Nella Traviata rappresenta l’effimero piacere della vita mondana. Nel Rigoletto diventa metafora dell’inganno sociale: Il Duca arriva travestito da ufficiale, chiede una stanza, del vino e canta una canzonetta amorosa. Qui il vino accompagna l’inganno e la corruzione. . L’ambientazione sociale è documentata: le taverne dell’Italia settentrionale del Cinquecento, epoca dell’azione, erano luoghi dove si mescolavano classi sociali diverse, dai nobili in incognito ai sicari prezzolati. Francesco Maria Piave, il librettista, attinge da Victor Hugo ma adatta il contesto alle realtà sociali italiane, dove il consumo di vino scandiva rituali specifici di appartenenza e distinzione. In Aida, la dimensione del vino si inserisce nella rappresentazione del potere faraonico. L’opera, commissionata da Isma’il Pascià, khedivè d’Egitto, per celebrare l’apertura del Canale di Suez,  è un capolavoro frutto del dialogo fra due giganti: Giuseppe Verdi e Auguste Mariette, padre della moderna egittologia. Il vino in Aida non compare esplicitamente, ma la sua presenza si intuisce nei grandi tableaux cerimoniali. In un banchetto, Amneris e Radamès partecipano ai rituali di corte dove le libagioni accompagnano le celebrazioni militari e religiose. Mariette, archeologo e consulente storico dell’opera, aveva documentato l’uso cerimoniale del vino nell’antico Egitto attraverso i ritrovamenti nelle tombe e nei templi. Il vino rappresenta quindi il potere imperiale e la sua capacità di creare consenso attraverso lo spettacolo. Il Nabucco affronta il tema del vino da una prospettiva diversa: quella della nostalgia e dell’esilio. L’opera trasforma il lamento degli ebrei deportati a Babilonia in metafora del desiderio di indipendenza italiana. Il vino, elemento centrale della cultura ebraica attraverso i rituali religiosi, diventa simbolo di ciò che si è perduto con la patria. Il “Va’ pensiero” non menziona il vino, ma evoca “le memorie nel petto accese” che includono i rituali domestici e religiosi legati alla terra d’origine. Arrigo Boito, nelle sue analisi dell’opera verdiana, notava come la nostalgia per la patria perduta si manifestasse anche attraverso il rimpianto per i sapori e le tradizioni culinarie, tra cui il consumo rituale del vino durante le festività religiose. In Carmen  il vino si intreccia con la cultura andalusa e la sua rappresentazione nell’immaginario europeo. La storia è ambientata nella Siviglia del 19° secolo, in un contesto sociale dove quando si pensa all’Andalusia, le prime cose che vengono in mente sono inevitabilmente il caldo, il sole ma anche la tradizione vinicola. George Bizet attinge dalla novella di Prosper Mérimée, che aveva viaggiato in Andalusia e documentato le tradizioni locali, inclusa la cultura del vino di Jerez e Manzanilla.

Nabucco: Barolo Monfortino Riserva- Giacomo Conterno 2015 Nabucco, re babilonese protagonista dell’opera di Giuseppe Verdi, trova la sua corrispondenza enologica nel Barolo Giacomo Conterno “Monfortino” 2015, un’etichetta leggendaria che rappresenta l’apice della tradizione piemontese e nasce nelle migliori annate dalle migliori uve di Nebbiolo del cru Francia, il vigneto più meridionale di Serralunga d’Alba assieme ad Airone. La vendemmia 2015 dona al Monfortino una struttura imponente che richiama la maestà del sovrano mesopotamico.

Il Nebbiolo da cui nasce questo Barolo possiede tannini austeri che si ammorbidiscono dopo oltre sei anni di maturazione in botte grande, proprio come Nabucco che passa dalla tirannia alla redenzione attraverso la sofferenza e la perdita del potere. La complessità aromatica del vino è particolarmente ricca, con note di rosa canina, ciliegia, violetta, chiodi di garofano e liquirizia, e si sviluppa nel tempo, similmente al personaggio verdiano che acquisisce profondità man mano che la vicenda procede.

La cantina Giacomo Conterno utilizza sistemi tradizionali e mantiene l’affinamento in botti grandi di rovere slavone per periodi lunghissimi. Questa scelta riflette in qualche misura la natura di Nabucco, sovrano ancorato alle proprie convinzioni (almeno fino al momento dell’illuminazione divina).

Violetta Valéry – Dom Pérignon Rosé 2009 Violetta Valéry, protagonista de La Traviata di Giuseppe Verdi, trova nel Dom Pérignon Rosé 2009 della Maison Moët & Chandon il suo alter ego enologico. Questo champagne rappresenta l’eleganza parigina del Secondo Impero, l’epoca in cui Dumas figlio ha ambientato la sua “Dame aux Camélias”.

L’annata 2009 ha portato alla produzione di uno champagne di particolare finezza e dal bouquet dominato da frutti rossi con aromi di rosa, olio di arancia e spezie. Il Dom Pérignon Rosé Vintage 2009, nelle parole della maison “è una vibrante manifestazione di luce e oscurità: incarna l’anelito alla creazione come esplorazione radicale di nuove possibilità “ e presenta  una delicatezza che nasconde una struttura complessa, proprio come Violetta che cela dietro la frivolezza mondana una sensibilità profonda.

Il colore rosa cerasuolo dello Champagne richiama le camelie rosse e bianche che Violetta porta al petto, simboli del suo stato di salute e della sua condizione sentimentale. Il perlage fine e persistente evoca l’effervescenza della vita sociale parigina, e ricorda i gioielli che adornano la protagonista nei salotti dell’alta società.

L’assemblaggio di Pinot Nero e Chardonnay, in proporzioni segrete, conferisce al Dom Pérignon Rosé le sfumature aromatiche del Pinot Nero  e la delicatezza e l’eleganza minerale dello Chardonnay, la stessa dualità che caratterizza Violetta dominata da passione e raffinatezza, impulso e controllo, vita mondana e aspirazione all’amore puro.

Carmen: Châteauneuf du Pape Rouge della Maison – Etienne Guigal 2018 Carmen, la sigaraia di Siviglia protagonista dell’opera di George Bizet, trova corrispondenza nel Châteauneuf du Pape Rouge della Maison Etienne Guigal, 2018. Questo vino della Valle del Rodano meridionale possiede infatti il carattere indomito e la sensualità della protagonista dell’opera Bizet.

La vendemmia 2018 nel Sud della Francia si è distinta per le temperature elevate che hanno concorso a concentrare gli aromi e intensificato la personalità dello Châteauneuf du Pape che ha sviluppato una struttura potente e complesso che richiama la forza di carattere di Carmen.

Di color rosso rubino profondo, come il fiore che Carmen getta ai piedi del soldato seducendolo, lo Châteauneuf du Pape Rouge affina per 36 mesi in grandi botti di rovere per poi presentarsi con un ricco corredo aromatico, tannini setosi e rotondi e buona persistenza.

L’assemblaggio tradizionale di vitigni autorizzati nella denominazione crea un bouquet complesso dove dominano Grenache (70%), Syrah (20%). Mourvèdre. (5%) e altri vitigni rossi (5%). Questi vitigni mediterranei conferiscono al vino note di spezie, erbe aromatiche e frutta matura che evocano l’ambiente andaluso dell’opera di Bizet. Il Grenache apporta morbidezza e calore, la Syrah conferisce struttura e colore intenso, il Mourvèdre aggiunge tannini e longevità.

La Maison Guigal, fondata ad Ampuis nel 1946 da Etienne Guigal, mantiene metodi di vinificazione rispettosi della tradizione dea Valle del Rodano. L’affinamento in grandi botti di rovere francese preserva il carattere varietale pur conferendo eleganza al vino, proprio come Carmen conserva la sua natura selvaggia pur muovendosi con grazia nei rapporti sociali.

Aida: Ornellaia Bolgheri Doc Superiore 2019 – Tenute dell’Ornellaia Aida, principessa etiope schiava in Egitto protagonista dell’omonima opera di Giuseppe Verdi, trova il suo equivalente enologico nel Bolgheri Superiore Ornellaia 2019 della Tenuta dell’Ornellaia, eccellenza della viticoltura toscana moderna creata dal Marchese Lodovico Antinori nel 1981 e ora proprietà della famiglia Frescobaldi.

Questo Super Tuscan rappresenta l’incontro tra tradizione italiana e innovazione internazionale che si può leggere, in parallelo con l’opera di Verdi, come lo specchio della presenza in Aida di due sentimenti, la fedeltà alla patria lontana e l’amore per Radames, comandante dell’esercito nemico, quello egiziano. Non a caso la vendemmia 2019 è stata interpretata dalla 14° edizione di “Vendemmia di Artista” con il tema de “Il Vigore”.

La vendemmia 2019 è stata caratterizzata da un clima molto variabile che ha donato all’Ornellaia una struttura elegante che unisce potenza e finezza e un carattere potente, intrigante e misterioso che non si svela al primo sorso, proprio come la personalità di Aida che sotto le vesti di schiava in Egitto, nasconde la propria provenienza regale e custodisce l’amore di Radamès e l’amicizia concessa, almeno inizialmente, da Amneris, la figlia del faraone a sua volta innamorata, invano, del comandante dell’esercito del padre.

L’assemblaggio di Cabernet Sauvignon (62%), Merlot (31%), Petit Verdot (4%) e Cabernet Franc (3%) crea un vino di grande ricchezza aromatica, proprio come la complessità di Aida, prigioniera tra due mondi. Il Cabernet Sauvignon conferisce struttura e longevità, il Merlot apporta morbidezza e rotondità, il Petit Verdot aggiunge colore e aromi speziati, il Cabernet Franc dona eleganza e profumi floreali.

 L’affinamento di diciotto mesi in barrique francesi, seguito da altri dodici mesi in bottiglia, conferisce infine al vino quella complessità e quella profondità che caratterizzano anche il personaggio di Aida.

Rigoletto: Amarone della Valpolicella Classico Giuseppe Quintarelli 2015 Rigoletto, il gobbo buffone di corte presso il Duca di Mantova delineato da Giuseppe Verdi, trova nell’Amarone della Valpolicella Classico Giuseppe Quintarelli 2015 il suo doppio vinicolo. Questo Amarone, tra i simboli della sua denominazione, possiede infatti quella complessità contrastante che definisce il personaggio verdiano: amarezza e dolcezza, forza e fragilità, cinismo e tenerezza paterna.

Il processo di appassimento delle uve Corvina (55%), Rondinella (25%), Cabernet Sauvignon (15%), Nebbiolo (5%), Croatina (5%) e Sangiovese (5%) su graticci di bambù concentra zuccheri e aromi, creando un vino di grande struttura e complessità. Questo metodo tradizionale richiede pazienza e dedizione, virtù che accomunano la cantina Quintarelli al Rigoletto verdiano nella cura verso cosa e chi più ama.

L’affinamento di sette anni tra botti grandi di rovere di Slavonia e bottiglie conferisce all’Amarone Quintarelli quella stratificazione aromatica e quella profondità che caratterizzano la sfaccettata psicologia del Rigoletto. Le note di frutta secca, ciliegia e prugna matura, liquerizia, spezie dolci e cioccolato si alternano a sfumature più austere di cuoio e tabacco, proprio come Rigoletto alterna momenti di tenerezza verso la figlia Gilda a esplosioni di rabbia contro il mondo che lo circonda.




Aida, Carmen e Violetta, tre voci di libertà all’Arena di Verona

Aida, Carmen e Violetta tornano sul palco dell’Arena di Verona a raccontarsi e a interrogare il presente con la forza delle loro scelte radicali. La Traviata, Carmen e Aida vanno in scena, per un fine settimana veronese da non perdere, il prossimo 25, 26 e 27 luglio interpretate rispettivamente da Rosa Feola, Alisa Kolosova e Aleksandra Kurzak.
Fin dalle origini del Festival Lirico di Verona, inaugurato nel 1913 con l’Aida di Giuseppe Verdi a cui è seguita nel 1914 la prima produzione di Carmen in Arena, le tre opere hanno segnato la programmazione areniana, trasformando queste tre figure operistiche in pilastri della cultura europea. Aida con la sua monumentalità che si sposa con l’architettura romana, La Traviata con la sua intimità che contrasta con la vastità dell’anfiteatro, Carmen con la sua sensualità mediterranea che risuona nelle notti estive veronesi. Non si tratta solo di numeri: ogni rappresentazione segna un confronto tra la concezione ottocentesca della femminilità e le istanze contemporanee di autodeterminazione.

Violetta Valéry: il potere delle scelte. Dall’esclusione sociale alla libertà economica. Il potere delle scelte Violetta Valéry, protagonista de La Traviata, emerge dalla Parigi di metà Ottocento come una donna che detiene un controllo inedito sulla propria esistenza, una donna che sceglie i propri amanti e gestisce la propria ricchezza in una società che relega le donne alla dipendenza maschile. Il personaggio nasce dal romanzo “La Dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio, ispirato alla figura reale di Marie Duplessis, morta di tisi a ventitré anni.

Quando Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave creano La Traviata nel 1853, Violetta Valéry rappresenta una figura rivoluzionaria mascherata da melodramma romantico. La cortigiana parigina incarna una contraddizione che l’epoca fatica ad accettare, sfida le convenzioni del tempo e trasforma la condanna sociale in libertà economica. La sua morte per tisi, consunzione, rappresentava il prezzo pagato da chi osava vivere secondo regole personali, rivendicando piacere e autonomia, mentre oggi la rinuncia all’amato  Alfredo Germont diventa atto consapevole di una donna libera. Nel 2025, la voce Violetta risuona ancora attuale. La sua capacità di negoziare tra desiderio e convenienza sociale, tra passione e calcolo, parla a generazioni che hanno conquistato spazi di autodeterminazione impensabili nell’Ottocento, pur continuando in molti casi a vivere la tensione costante tra realizzazione personale e pressioni sociali.

La regia di Hugo De Ana, con i suoi specchi e arazzi belle époque, riflette questa tensione tra apparenza e autenticità che attraversa i secoli. La direzione di Francesco Ommasini le dà forma.

Carmen: la ribellione come identità Carmen di Georges Bizet emerge dalla Siviglia del 1875 come l’antitesi della femminilità romantica. Prosper Mérimée, autore della novella, prima e Bizet poi costruiscono un personaggio che rifiuta ogni forma di possesso maschile, utilizza la seduzione come strumento di potere e sceglie infine la morte piuttosto che la sottomissione. Carmen non chiede pietà né perdono: rivendica il diritto di cambiare idea, di tradire, di essere incoerente. L’opera, che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 150 anni, fece scandalo fin dalle prove, cambiando poi per sempre la storia del melodramma.

La modernità di Carmen risiede nella consapevolezza tragica delle conseguenze delle proprie scelte. Sa che Don José può ucciderla, ma preferisce la morte alla sottomissione. La sua frase finale, “Tuez moi donc, ou laissez-moi passer!” (Uccidimi dunque, o lasciami passare!), rappresenta un manifesto di resistenza che attraversa i secoli.

La Carmen, portata in scena nella storica produzione firmata trent’anni da Franco Zeffirelli, dialoga drammaticamente con la cronaca contemporanea. Carmen diventa così l’archetipo della donna che muore per aver detto “no”, ma anche il simbolo di tutti coloro che scelgono la coerenza con se stessi.

La lettura contemporanea del personaggio dell’opera ha quindi visto evolvere Carmen dalla “femme fatale” esotica ottocentesca, a simbolo di libertà sessuale e autodeterminazione di chi vive ai margini della società e da questa marginalità costruisce spazi di libertà.

Aida: il riscatto dalla schiavitù  Aida rappresenta il paradosso della schiava che comanda sul destino dei potenti. Giuseppe Verdi e Antonio Ghislanzoni nel 1871 creano la figura della principessa etiope ridotta in schiavitù in Egitto evidenziando la tensione tra dovere pubblico e desiderio privato, tra fedeltà alla patria e fedeltà al cuore.

La produzione in scena quest’estate e firmata da Stefano Poda si confronta con Aida attraverso la creazione di un Egitto visionario e simbolico fatto di trasparenze, fasci di luce e costumi sontuosi.  La lacerazione di Aida tra due patrie, l’Etiopia del padre Amonasro e l’Egitto dell’amato Radamès, rispecchia le appartenenze multiple che definiscono l’identità contemporanea. Se la lettura ottocentesca vedeva in Aida l’esotismo caro al pubblico europeo, una principessa africana idealizzata secondo canoni occidentali, oggi il personaggio parla di persone che mantengono connessioni culturali transnazionali mentre costruiscono nuove appartenenze. In questo contesto, la scelta di Aida di morire accanto a Radamès, rappresenta la scelta di chi rifiuta di vivere dimezzato tra mondi inconciliabili e così facendo, trasforma la sconfitta in trionfo spirituale. Non è più il conflitto romantico tra amore e dovere, ma la condizione esistenziale di chi appartiene a più mondi e deve costantemente negoziare lealtà diverse.

Soggetti autonomi e non oggetti del desiderio Nel panorama operistico ottocentesco, Violetta, Carmen e Aida rappresentano un’evoluzione rispetto alle eroine passive del primo Romanticismo. Non subiscono il destino: lo forgiano con decisioni consapevoli.  Tutte e tre possiedono la capacità di agire autonomamente, influenzando il proprio destino come soggetti della propria storia e non oggetti del desiderio maschile. Violetta la esercita attraverso la gestione economica della propria sessualità, Carmen attraverso il rifiuto a ogni forma di controllo, Aida attraverso la fedeltà a valori che trascendono le convenienze politiche. La loro tragicità non deriva dalla fatalità, ma dalla collisione tra volontà individuale e strutture sociali oppressive e anticipa le rivendicazioni del secolo successivo. Il carisma di queste tre figure nasce dalla loro capacità di trasformare la vulnerabilità in potere e forza politica. Violetta converte la malattia in purificazione morale, Carmen trasforma la marginalità sociale in libertà assoluta, Aida eleva la schiavitù a testimonianza di dignità.

Specchi del presente Al loro debutto (La Traviata nel 1853, Carmen nel 1875, Aida nel 1871), queste opere hanno rappresentato rotture significative con le convenzioni teatrali del tempo. Violetta scandalizza perché trasforma la prostituzione in imprenditorialità femminile, Carmen disturba perché rifiuta la redenzione attraverso l’amore, Aida inquieta perché una schiava detta lezioni morali ai padroni. Il pubblico ottocentesco poteva accettare queste figure solo perché la loro storia si concludeva con la morte.  Oggi queste morti assumono significati diversi e diventano testimonianze di coerenza. Violetta, Carmen e Aida muoiono perché scelgono di rimanere fedeli a se stesse piuttosto che adattarsi a ruoli distanti da loro, rifiutando compromessi e rivendicano il diritto alla alla libertà. La contemporaneità di queste figure risiede in questa fedeltà all’autenticità personale, valore centrale nell’etica contemporanea. Sono donne che rifiutano di essere salvate dagli uomini perché hanno scelto di salvare se stesse, anche nella morte

L’Arena di Verona, anche nel 2025, diventa un  palcoscenico che amplifica la loro risonanza contemporanea, un teatro dove passato e presente si confrontano attraverso voci femminili che pur con centocinquant’anni di storia alle spalle, mantengono intatta la loro forza provocatoria. Sono numerose le serate dedicate ad Aida, Violetta e Carmen, confermando come questi titoli restino pilastri del repertorio non per nostalgia ma per capacità di interrogare il presente. L’Arena di Verona diventa così il

L’eredità delle tre ribelli Dal 1913  Carmen, Aida e Violetta hanno accompagnato l’evoluzione della coscienza femminile europea, hanno visto passare due guerre mondiali, il movimento suffragista, la rivoluzione sessuale, il femminismo, l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, i movimenti per i diritti Lgbtq+. Attraverso ogni trasformazione sociale, Aida, Carmen e Violetta hanno mantenuto la loro rilevanza perché incarnano conflitti che attraversano le epoche: il prezzo della libertà che non si mendica, il valore dell’autodeterminazione, la tensione tra desiderio individuale e convenzione sociale- Nell’Arena del 2025, queste tre opere declinate al femminile continuano a insegnare che la vera libertà costa tutto, ma vale tutto.




L’Aida di Anna Netrebko infiamma Verona

Dieci minuti di standing ovation hanno chiuso la rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi all’Arena di Verona. Sabato 16 luglio, in una serata prossima al sold out, è trionfare è stata Anna Netrebko nel ruolo della protagonista, la Celeste Aida figlia del re etiope Amonasro e schiava in Egitto. Carismatica in “Ritorna vincitor”, suadente in “O cieli azzurri” e poi ancoracombattuta e accorata nel tragico duetto con Amonasro e sensuale in quello con l’innamorato Radames, Netrebko ha saputo dominare la scena anche grazie all’intesa conYusif Eyvazov, suo compagno nella vita e sul palcoscenico.  Lasciate al di fuori dell’anfiteatro romano le polemiche sull’utilizzo del “blackface”, il pubblico del 99° Verona Opera Festival è rimasto incantatodal ritorno in scena del soprano russa nell’opera regina dell’Arena.

Accompagnata da un cast di eccezione a iniziare daltenore Eyvazov nel ruolo del guerriero Radames combattuto tra l’amore per Aida e l’amore per la propria patria dal mezzosoprano Anna Maria Chiuri nel ruolo di Amneris, figlia del Re degli Egizi e sfortunata terza nel triangolo amoroso in scena. Applausi anche per Amonasro interpretato dal baritono Ambrogio Maestri che alterna la dolente supplica al Re degli Egizi con l’intransigente duetto con Aida, per il Re degli Egizi del basso Romano Dal Zovo e per il gran sacerdote Ramfis del basso polacco Rafał Siwek.

L’allestimento dell’Aida proposta dal 99° Verona Opera Festival è quello monumentale e faraonicofirmato, vent’anni fa, da Franco Zeffirelli che porta in scena un Egitto dorato, magnificente, prezioso, sovrabbondante, immaginario e sontuoso sovrastato da una colossale piramide e su cui vegliano gli occhi delle 14 sfingi e dei quattro idoli collocati sugli spalti e sulla scena.  La scena monumentale e tradizionale, anche grazie ai costumi multicolori di Anna Anni e alle coreografie originali di Vladimir Vasiliev, restituisce la doppia anima dell’opera di Verdi solenne ed esotica in costante equilibrio fra l’intimismo dei duetti sottolineato da calibrati giochi di luce e la grandeur del trionfo e delle celebrazioni pubbliche come nell’invocazione a Fthà o nell’esortazione alla guerra. Amori, gelosie, passioni, vendette, drammi dilanianti, pentimenti e messaggi di pace tra popoli si alterano sul palco in una rappresentazione che non può che suscitare stupore e meraviglia tra gli spettatori.  Non manca chi parla perfino di un allestimento hollywoodiano e di una “operazione esteticamente abbagliante” per questo allestimento dell’opera tratta da Verdi dal soggetto originale dell’egittologo Mariette e rappresentata in Arena fin dalle origini nel 1913.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sul podio di Aida il Maestro Marco Armiliato, Direttore musicale del 99° Arena di Verona Opera Festival 2022, alla guida di Orchestra della Fondazione Arena e Coro preparato da Ulisse Trabacchin. Insieme al Ballo areniano coordinato da Gaetano Petrosino, oltre alla Akmen di Ana Sophia Scheller, fatale spirito guida creato da Zeffirelli appositamente nel 2002 (all’epoca per Carla Fracci), si confermano i due primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staiano.

Si può dire quindi che l’Arena di Verona rimane il teatro migliore dove godersi l’Aida nella lunga stagione estiva. Da non perdere le prossime repliche: 24, 28 luglio (ore 21.00); 5, 21, 28 agosto (ore 20.45) e 4 settembre (ore 20.45).​




La magia de La Traviata incanta l’Arena di Verona

Emozioni e magia incantano le migliaia di spettatori seduti sugli spalti dell’Arena di Verona che si zittiscono improvvisamente quando i violini aprono il Preludio de La Traviata di Giuseppe Verdi nell’allestimento di Franco Zeffirelli, l’ultima sontuosa creazione firmata dal Maestro toscano che ha inaugurato il Verona ’Opera Festival del 2019. Un affresco sulla Parigi dell’Ottocento con un trionfo di colori, luci e costumi che portano lo spettatore subito nel cuore dell’opera più rappresentata al mondo. Lo spettacolo, diretto dal Maestro Marco Armiliato, direttore musicale del Festival, adatta il percorso intimo e psicologico di Violetta, travolta dall’inaspettata storia d’amore tanto da spingersi al sacrificio di sé, alla grandiosità degli spazi areniani con una scena ambiziosa su più livelli resa possibile da una colossale scatola scenica.  Ancora poche repliche per uno spettacolo da non perdere: 22, 30 luglio (ore 21.00), 6, 20 agosto e 1 settembre (ore 20.45). Dopo occorrerà attendere l’estate del 2023 quando, per il Festival del centenario, sarà ripresa anche LA Traviata allestita da Zeffirelli insieme ad a altri sei titoli.

“Questa Traviata vuole essere un omaggio all’arte e alla tecnica di Zeffirelli, da parte di tutte le maestranze areniane, cui è richiesto un lavoro d’eccellenza. Come lui, inoltre, vogliamo credere nei giovani, e anche in questa produzione, accanto a stelle affermate, debuttano virgulti a cui auguriamo una carriera internazionale” racconta Cecilia Gasdia, Sovrintendente e Direttore Artistico di Fondazione Arena, ricordando come nel 1984 fu scelta proprio dal Maestro toscano come Violetta, ne La Traviata diretta da Carlos Kleiber, per poi aggiungere: “Da Sovrintendente, trentacinque anni dopo, è stato un onore per me poter affidare a Zeffirelli un nuovo allestimento e realizzare un sogno che coltivava dal 2008”. L’allestimento in scena de La Traviata “raccoglie l’idea originale di Zeffirelli, quel geniale flash forward che seguendo la musica di Verdi origina una storia d’amore fra le più belle di sempre, e la amplifica rendendola adatta all’unicità degli spazi areniani. Il tutto, grazie anche ai suoi collaboratori, nel segno della cura del particolare, anche nella scena più affollata, che contraddistingue l’opera sempre viva del Maestro. È stata lungamente, accuratamente preparata con lui e presentata al suo fianco nella primavera 2019. Ora la riproponiamo per la prima volta, rendendogli giustizia con un irripetibile cast di stelle” aggiunge Stefano Trespidi, vice Direttore Artistico.

Si inizia dalla fine, dal corteo funebre di Violetta, la Traviata il cui destino, evidenziato dalle note dolenti del Preludio, appare segnato fin da subito. L’irrompere dell’amore per Alfredo porta alla sorpresa, all’esplosione di gioia incontenibile, prima che venga chiesto e accettato il passo indietro per il bene dell’amato e quindi alla rinuncia e al riscatto. La storia è nota per un ruolo titanico che ha visto protagonista la giovane soprano armeno Nina Minasyan che ha dominato la scena commuovendo con grazia e delicatezza  il pubblico dell’Arena che, a sua volta, le ha tributato una standing ovation. Lunghi applausi nella rappresentazione del 15 luglio anche il tenore Francesco Meli, tornato in Arena come Alfredo Germont e per il baritono Amartuvshin Enkhbat (già Nabucco) nel ruolo di Giorgio Germont.

Impreziosiscono l’allestimento i costumi creati da Maurizio Millenotti, le luci di Paolo Mazzon e le coreografie di Giuseppe Picone interpretate dal Ballo dell’Arena coordinate da Gaetano Petrosino e con i primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staiano. L’Orchestra della Fondazione Arena e il Coro preparato da Ulisse Trabacchin sono diretti dal Maestro Armiliato.​




In Arena la Carmen colossal di Zeffirelli

Cinquecento persone sul palco e 13mila sedute tra platea e gradinate dell’Arena di Verona per applaudire con una standing ovation il nuovo allestimento colossal di Carmen di Franco Zeffirelli. L’opera si propone come sintesi dei due diversi allestimenti creati dal Maestro per la messa in scena dell’opera di Georges Bizet all’Opera Festival di Verona. Un caleidoscopio di colori, danze travolgenti, emozioni e musica che catapulta lo spettatore in una caotica Siviglia ottocentesca, ricostruita tra palco a grandezza naturale con case, chiese e piazze avvolte da un sole abbacinante, rendendolo partecipe delle vicende dell’eroina raccontata da Prosper Mérimée che, anche grazie ai librettisti Meilhac e Halévy, è allo stesso tempo una femme fatale sprezzante capace di far perdere all’uomo il controllo di sé, una donna consapevole dei propri desideri, uno spirito libero e la vittima chi  è incapace di accettare la libertà come valore fondate della vita di una persona.

Zeffirelli accompagna lo spettatore dentro la tormentata vicenda della sigaraia e dei suoi amori feroci roventi con il brigadiere Don Josè e il torero Escamillo, con quadri che, fin dall’ouverture, mostrano la grandezza delle masse in scena. Lo spettacolare allestimento integra, anche grazie al coinvolgimento della Fondazione Franco Zeffirelli, la supervisione del suo presidente Pippo Zeffirelli e la partecipazione degli storici collaboratori del Maestro (come Carlo Centolavigna e Lucia Real), le migliori intuizioni di Zeffirelli per gli allestimenti del 1995 e del 2009 con nuovi elementi tratti dai bozzetti originali come i velari che incorniciano il proscenio delimitando, come in un teatro al chiuso, i confini della storia raccontata sul palco. Dirige il maestro Marco Armiliato, Direttore Musicale del 99° Opera Festival, che guida, imprimendo un efficace ritmo teatrale e creando le giuste atmosfere cromatiche Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona, le voci bianche di A.Li.Ve  e un cast internazionale di stelle a cui si aggiungono la compagnia di ballo areniana con le coreografie originali di El Camborio riprese da Lucia Real e la Compañia Antonio Gades diretta da Stella Arauzo, protagonista di un applaudito intermezzo flamenco tra il terzo e quarto atto. Gli sgargianti costumi sono quelli originali di Anna Anni, mentre le luci sono opera di Paolo Mazzon che evidenzia prima l’atmosfera mediterranea, poi la segretezza dei traffici notturni sui monti e infine il climax con la torrida piazza con al centro una croce votiva quando, nel giorno della corrida, si consuma la tragedia.

Nonostante Carmen sia la seconda opera più rappresentata sul palco dell’Arena di Verona, subito dopo l’Aida e nonostante i due precedenti allestimenti di Zeffirelli siano stati una costante negli ultimi anni, questa versione vale sicuramente il viaggio a Verona per l’atmosfera incandescente creata sul palco; per l’attualità di una storia, quella di Carmen, in grado di rinnovarsi anno dopo anno e di apparire sempre moderna agli occhi degli spettatori; per la realizzazione d’eccezione in ogni singolo dettaglio, compresa l’improvvisazione flamenca a cui la Compañia Antonio Gades dà vita nel cambio di scena a cavallo tra il terzo e quarto atto; ma soprattutto per le voci in grado di incantare, replica dopo replica, migliaia di turisti e melomani.  Meglio organizzarsi fin da subito per non lasciarsi sfuggire l’occasione di assistere a questo appassionante allestimento che ha dato il via al 99° Opera Festival 2022. Le repliche, dopo la prima del 17 giugno, non sono tantissime e nell’ordine: 30 giugno, 14,21,31 luglio e 11,14 e 27 agosto.​




Al via il Verona Opera Festival 2022

Al via la 99° edizione del Verona Opera Festival che finalmente, con l’estate 2022, torna agli scenografici allestimenti tradizionali per le 46 serate in cartellone in Arena tra giugno e settembre, mentre si guarda già al cartellone da colossal per il Festival del centenario, quello della prossima estate. Prezzi a partire da 28 euro per i biglietti interi per serate che si preannunciano indimenticabili grazie al fascino del luogo con quasi duemila anni storia ae spalle, alle centinaia di artisti in scena, tra cantanti, ballerini, professori d’orchestra, coro, mimi e acrobati, alle fantasmagoriche scenografie.

LA GRANDE BELLEZZA DEL VERONA OPERA FESTIVAL

Non serve essere melomani per apprezzare il Festival Lirico che, dal 1913, si svolge ogni estate a Verona nell’anfiteatro romano. L’idea, oltre in secolo fa, venne al tenore veronese Giovanni Zenatello che, per celebrare il primo centenario dalla nascita di Giuseppe Verdi, allestì l’Aida in Arena. E, da allora, l’opera di Verdi che si svolge all’ombra delle Piramidi è un appuntamento fisso nella programmazione del Festival: anche quest’anno torna infatti con un allestimento firmato da Franco Zeffirelli. «Torniamo a vedere con entusiasmo, speranza, trepidazione, la luna che sorge sulle nostre guglie da fiaba, su tende gitane, piramidi dorate, mentre l’aria si riempie del canto e della musica universale dei nostri maestri fino all’ultimo degli spalti. Abbiamo voglia, anzi la necessità, di vivere appieno tutto questo, di tornare a respirare …e l’Arena è puro ossigeno» ha commentato in merito Cecilia Gasdia, sovraintendente e direttore artistico.

IN SCENA

L’estate 2022 vede in cartellone  cinque titoli d’opera, tre eventi speciali e tantissime stelle. Il Verona Opera Festival 2022 propone un cast internazionale, tra cui si segnalano Plácido Domingo, Vittorio Grigolo, Roberto Grigolo, Anna Netrebko, Lisette Oropesa, J’Nai Bridges ed Elina Garanča, definita dal New York Times “la miglior Carmen degli ultimi 25 anni” al suo debutto sul più grande palcoscenico sotto le stelle per le serate dell’11 e del 14 agosto. Direttore musicale è Marco Armiliato.«

In scena si alternano La Traviata, Aida, Turandot, Carmen, Nabucco, oltre all’evento Plácido Domingo in Verdi Opera Night  (il 25 agosto) che alza il sipario su Macbeth, Don Carlo e Aida; al ritorno di Roberto Bolle and Friends con un programma che unisce danza classica, moderna e contemporanea (il 20 luglio) e all’appuntamento tradizionale con la musica sinfonica dei Carmina Burana di Carl Orff (il 12 agosto) con la partecipazione di orchestra e coro areniani al completo, due cori di voci bianche e Lisette Oropesa, Filippo Mineccia e Mario Cassi come solisti.

A dare il via al Festival, il 17 giugno, è la Carmen di Georges Bizet con un nuovo allestimento di Franco Zeffirelli che integra il leggendario progetto originario del 1995, con cui il Maestro fiorentino debutto in Arena, con le intuizioni adottate nella ripresa dell’opera nel 2009 e elementi scenografici che il compianto registra aveva solo disegnato e vede il coinvolgimento della Fondazione Zeffirelli e di collaboratori storici dell’artista. Dopo la Carmen, che sarà protagonista per nove serate nel corso dell’estate, è la volta il 18 giugno, dall’Aida, opera icona del Festival, che sarà proposta per undici serate compresa quella di chiusura a settembre. In cartellone poi, per otto serate, il Nabucco di Verdi con la produzione dal respiro risorgimentale di Arnauld Bernard per otto serate; La Traviata di Verdi, ultima creazione di Zeffirelli, sempre per otto serate e, per sei serate, la Turandot di Giacomo Puccini nell’allestimento da fiaba ancora una volta firmato dal Maestro toscano e che vede in scena, per un’unica data evento Domingo.




Carmen ammalia Verona

Una Carmen ribelle, sensuale, passionale, egoista, dominatrice e determinata è quella che ha aperto la stagione del 96° Opera Festival all’Arena di Verona. La Carmen immaginata da Hugo de Ana prende vita in epoca franchista, a metà degli Anni ’30, oltre cinquant’anni la messa in scena della prima rappresentazione di una delle opere più amate a livello mondiale grazie a quell’afflato di libertà che contraddistingue la protagonista. Carmen infatti è una donna che si distingue tra le altre proprio per la risoluta ricerca della libertà, scelta che riafferma con orgoglio anche di fronte anche alla morte imminente. Una vittima di femminicidio, come è stato sottolineato nel corso della prima rappresentazione areniana di un mese fa con la deposizione al posto 32 della platea di 32 rose rosse a ricordo della vittima di femminicidio da inizio anno. Da allora, il numero è salito a 39. Il che evidenzia, purtroppo, l’attualità dell’opera di Georges Bizet su libretto di Prosper Mérimée: dalla prima rappresentazione della Carmen del 1875 sono passati oltre cent’anni ma poco è cambiato, rimangono purtroppo numerosi gli uomini come Don Jose che confondono l’ossessione malata per amore e non accettano il “no” come risposta.

 

La scelta di de Ana di ambientare l’opera durante la guerra civile spagnola che ha imperversato nella Penisola iberica negli Anni ’30, ben si adatta al personaggio di Bizet. In quegli anni infatti, partecipando alla lotta armata, le donne hanno avuto modo di iniziare l’emancipazione anche sul fronte politico. Un altro tassello che ben si adatta alla rivoluzionaria complessità di Carmen. L’allestimento è dinamico tra cavalli, auto, carri si muovono ballerini, sigaraie e soldati in un movimento talvolta caotico ma studiato sulle le macerie di una Spagna ferita dalla guerra civile. Uno scenario che sottolinea la brutalità della guerra, piuttosto che la Spagna da cartolina spesso convenzionalmente rappresentata in Carmen. Nel primo e nel terzo atto predominano i colori più cupi, il bianco e il nero, mente il secondo atto, quello ambientato alla locanda di Lillas Pastia è un tripudio di colori e in qualche modo ricorda e forse omaggia, nell’uso dei grandi cartelloni pubblicitari di corride e spettacoli di flamenco, la Carmen di Franco Zeffirelli che ha trionfato in Arena nel corso delle ultime stagioni. Peccato solo che la piaggia abbia interrotto il 4° e ultimo atto dell’opera che avrebbe portato in scena la rappresentazione della corrida con l’ideazione di un’arena in arena. Ma in Arena capita ed è anzi una fortuna che, in una giornata di tempeste e temporali su tutto il Veneto come quella di sabato 21 luglio, sia stato comunque possibile assistere ai primi tre atti. Interessante infine l’uso del video mapping sugli spalti dietro il palco, ovvero la proiezione di scritte che contestualizzano la storia rappresentata in un luogo e in momento storico preciso e, talvolta, producono le immagini della città andalusa. Un spunto ulteriore è stara poi l’idea di de Ana di prevedere un percorso circolare che inizia dalla fine (una conclusione immaginata), l’esecuzione di Don Jose in seguito all’uccisione di Carmen nella stessa arena che vede nel 4 atto il trionfo di Escamillo.

 

Sul palco ottima prova per Anna Goryachova, mezzosoprano dal timbro omogeneo che ha saputo sprigionar la sensualità di Carmen in una interpretazione fluida e disinvolta. Serena Gamberoni, soprano al suo debutto in questa stagione in arena, è stata un Micaela dalla vocalità fresca e sicura che ha incantato il pubblico nel terzo atto nella struggente Je dis que rien ne m’épouvante. Un plauso a Francesco Meli, Don Jose, compagno di palco e di vita di Serena Gamberoni che ha unito un’esecuzione impeccabile alla tragica espressività del protagonista.  Alexander Vinogradov è stato infine un convincente Escamillo dalla voce piena e potente. In scena anche Ruth Iniesta (Frasquita) e Arina Alexeeva (Mercédès) che insieme a Goryachova hanno dato vita all’incantevole terzetto Mêlons!, Coupons!, divertente prima e con un crescendo drammatico sul finale. Completano il cast Davide Fersini (Dancairo), Enrico Casari (Remendado), Gianluca Breda (Zuniga) e Gocha Abuladze ( Moralès). A dirigere l’orchestra Francesco Ivan Ciampa, mentre il maestro del coro è Vito Lombardi e il coordinatore del ballo è Gaetano Petrosino. Il Coro di Voci bianche ALiVe è infine diretto da Paolo Facincani.

Uno spettacolo da non perdere.

Questo slideshow richiede JavaScript.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Repliche:  3, 9, 12, 22, 25, 28 e 31 agosto  (h 20.45).

Biglietti a partire da 22 euro




Festival della Valle d’Itria: intervista al direttore artistico Alberto Triola

Dal 13 luglio al 4 agosto 2018 torna uno degli eventi estivi più attesi per gli amanti dell’opera e della musica classica: il Festival della Valle d’Itria. Nella suggestiva e affascinante cornice di Martina Franca vanno in scena quattro secoli di teatro musicale, con grande attenzione al barocco, e la partecipazione di artisti di fama internazionale.

Abbiamo incontrato il direttore artistico del Festival, Alberto Triola, per scoprire tutte le peculiarità di questo grande evento e le novità che ha in serbo questa edizione.

Presentiamo questo Festival, giunto alla sua 44^ edizione.

Il Festival Valle d’Itria è un unicum nel suo genere in Italia. L’ambito di repertorio e il baricentro delle proposte culturali su cui il Festival si concentra è quello del belcanto italiano, riallacciandosi alle ricerche, alle proposte, agli studi fatti da Rodolfo Celletti a partire dagli anni ‘70 e proseguiti poi anche negli anni ‘80. Oggi quando si parla di “belcanto renaissance” si parla di Martina Franca come laboratorio di incubazione di quel tipo di ricerca e di riproposta, con opere e produzioni e messe in scena che oggi sembrano normali ma che negli anni Settanta erano poco praticate. Alberto Zedda, che fu legato al Festival di Martina Franca, ricoprendo anche la carica di direttore musicale nei primi anni del Festival, ricordava sempre che non sarebbe nato il Rossini Opera Festival, monografico su Rossini, senza l’esperienza di Martina Franca. Nel corso dei decenni questo Festival ha ampliato i propri ambiti. Pur mantenendo come baricentro il belcanto italiano, ha aperto dei filoni di approfondimento sul teatro musicale del ‘600 e sul ‘900. Questo soprattutto negli ultimi dieci anni, partendo dalla convinzione che un festival di ricerca non può considerarsi completo se non accende un interesse particolare nei confronti della creatività contemporanea. Entriamo subito in medias res, col Festival di quest’anno, con questa proposta, assolutamente inedita, trasversale e multistrato, del Barbiere di Siviglia rivisitato. Nell’anno di Rossini, il Festival ha scelto, piuttosto che mettere in scena un’opera di Rossini così come scritta, di mantenersi fedele alla propria identità di luogo di ricerca, di proposta e di laboratorio. Il Festival ha deciso di intraprendere la strada di una riscrittura drammaturgico-musicale del grande capolavoro rossiniano, cogliendo una serie di occasioni. Prima fra tutte la collaborazione con la Festa della Taranta, che è l’altro grande festival del Mezzogiorno italiano, salentino, naturalmente con potenzialità di pubblico molto più elevate e molto più ampie. In Rossini c’è questo elemento dionisiaco molto risonante rispetto a certi moduli che il tarantismo propone. Ci siamo imposti di scavare in questo punto di incontro. Abbiamo pertanto affidato alla Festa della Taranta la realizzazione della parte musicale. In buca invece di un’orchestra tradizionale ci sarà l’ensemble di musica popolare della taranta, insieme a strumenti tradizionali, più classici, con una riscrittura della musica di Rossini in questa chiave. La seconda occasione presa è quella di potersi avvalere sul palco di un talento teatrale e musicale in grado di intercettare anche il cosiddetto “grande pubblico”, quello di Elio (di Elio e le storie tese), che da una vita ha messo Rossini al centro di suoi lavori, di sue ricerche, della sua passione personale ma che non aveva ancora mai affrontato un’opera nel suo complesso. Avremo uno spettacolo sorprendente, inedito, in grado di chiamare un pubblico molto vasto ma non soltanto per un’occasione di facile fruizione. Il festival infatti darà un piccolo contributo di approfondimento, per una chiave di lettura della musica rossiniana diversa e inesplorata.

Una domanda nasce spontanea sul rapporto tra il Festival e Martina Franca. Perché è stata scelta Martina Franca e come si è radicato il Festival in questa città?

I nomi associati alla nascita del Festival sono tanti, parliamo soprattutto di personalità del mondo politico, culturale, sociale e imprenditoriale di quel territorio negli anni ’70, ma c’è un nome a cui credo si debba far risalire l’origine del Festival: Paolo Grassi. Grassi, che è stato sovrintendente della Scala, presidente della Rai, fondatore nonché direttore del Piccolo Teatro di Milano, era originario di Martina Franca. Immaginiamoci cosa poteva essere il Mezzogiorno, l’interno della Puglia, nei primi anni 70. Paolo Grassi partì dalla constatazione di una realtà ambientale e architettonica che sapeva unire il contesto della Valle d’Itria, di valore unico, senza paragone nel nostro Paese, con quello di un centro urbano, storicamente molto vitale, strategico. Il nome stesso Martina Franca racconta di un centro urbano che godeva in passato di privilegi unici, un crocevia straordinario per la via che collegava Adriatico e Ionio, nord e sud della penisola pugliese, e un contesto architettonico urbano di centro storico che era ed è oggi più che mai un esempio sorprendente di barocchetto napoletano, pugliese. Paolo Grassi ebbe l’intuizione di un cosiddetto “teatro diffuso”, cioè che la città stessa potesse diventare palcoscenico e potesse offrire diversi palcoscenici a delle proposte che fossero di teatro di ricerca. L’ulteriore intuizione di Paolo Grassi, che condivise subito con Rodolfo Celletti e con il sindaco di allora Franco Punzi, che è tuttora il presidente del Festival, fu quella di trovare una specificità. E fu trovata quella del belcanto italiano, riallacciandosi anche naturalmente alla grande scuola pugliese e napoletana che per tutto il ‘700 aveva dato al mondo intero i più grandi musicisti di quell’epoca.

È un festival molto sentito dalla popolazione, della città di Martina Franca? Come è accolto? Possiamo dire che si è consolidata una tradizione per la popolazione locale?

La tradizione è fortissima e va detto che negli ultimi anni specialmente nelle settimane del Festival Martina Franca e l’area limitrofa registrano il tutto esaurito, a livello ricettivo, alberghiero e di tutte le possibilità che oggi si sono sviluppate, dal b&b alla masseria ristrutturata e diventata hotel o residenza di lusso. Questo è il segno che il Festival ha saputo trasformare quel territorio, già di per sé straordinariamente ricco di potenzialità ambientali, paesaggistiche, enogastronomiche, anche in un polo d’attrazione per il turismo culturale, che in effetti porta a Martina Franca tutti gli anni migliaia di appassionati da tutta Europa. È stato fatto e viene fatto continuamente un lavoro molto paziente di convincimento sulla popolazione locale che il Festival non è un’occasione per pochi privilegiati o per persone che possono permettersi di assistere a degli spettacoli o che hanno gli strumenti per potersene interessare. Certo non aiuta il fatto che sia un festival non di repertorio; probabilmente se facessimo Aida, Turandot e La traviata sarebbe più facile eliminare questo preconcetto. Facendo opere barocche, opere settecentesche e ottocentesche, in prima esecuzione, titoli desueti, dimenticati, mai fatti o non sempre di facilissima fruizione per il grande pubblico, la frantumazione di questo pregiudizio è un po’ più lenta e un po’ più difficile. Molto è stato fatto in questi ultimi anni in questa direzione, tra cui aprire le prove generali ai giovani under 30 di Martina Franca, a cui viene fatto un piccolo discorso introduttivo di guida all’ascolto. Così i giovani locali cominciano finalmente a sentire quel Festival come loro patrimonio, un’occasione per aprire le porte della città al mondo. Il Festival sta diventando, negli anni, un fantastico laboratorio, in cui i giovani locali, frequentando il Festival, possono riconoscere in se stessi delle predisposizioni, dei talenti anche artistici, come sempre più spesso si verifica. Moltissimi giovani di Martina Franca hanno deciso di studiare teatro, di studiare danza, di studiare musica; e questo anche grazie alle attività della Fondazione Paolo Grassi, che per tutto l’anno svolge la sua attività di ricerca, di laboratori, di formazione, di divulgazione, di concerti, di teatro, di letteratura, di poesia, di fotografia.

Che tipo di pubblico richiama il Festival?

Il pubblico più rappresentativo è quello tipico del turismo culturale, soprattutto un pubblico internazionale. C’è anche una buonissima fetta di pubblico italiano, che frequenta i festival estivi di musica e di teatro. E poi devo dire che c’è una percentuale non trascurabile di pubblico locale. 

Oltre all’originalità del nuovo allestimento di Barbiere, le altre opere in cartellone presentano delle peculiarità?

Certamente! A partire dal Rinaldo di Händel che, in piena adesione alla identità del Festival, viene riproposto in una edizione totalmente inedita, che addirittura sarebbe stata perduta, e che invece, grazie al lavoro di un musicologo molto attento e molto tenace, è stata ricostruita. Verrà allestita la versione del capolavoro di Händel come andò in scena a Napoli nel 1718, cioè sette anni dopo la prima di Londra, diventando più che il trasferimento di una grande opera di Händel a Napoli, l’occasione di un pastiche, un genere estremamente in voga e popolare all’epoca. Il famosissimo castrato Grimaldi, detto Nicolini, porta la partitura a Napoli, depositandola nelle sapienti mani di un grande musicista di riferimento in quegli anni a Napoli: Leonardo Leo. Leo, sfogliando la musica si rende immediatamente conto del capolavoro e delle potenzialità dell’opera e pensa subito come adattarla al gusto del pubblico di Napoli. In primo luogo, aggiunge due personaggi buffi. Il pubblico infatti cominciava ad essere un po’ stanco dai drammi, dalle opere serie, schematiche, dove i protagonisti erano sempre personaggi altolocati, mitici, leggendari, inavvicinabili, inarrivabili. Proprio in quegli anni si cominciava invece a presentare sulle scene il modello di un teatro comico, non in lingua dialettale, non napoletana, con personaggi popolani che si prendevano gioco dei nobili o degli aristocratici. Nasceva così la commedia per musica. E l’usanza fu quella sempre più di contaminare l’opera seria con intermezzi buffi. Questi intermezzi si rivelarono subito come una fonte di successo incredibile. Sempre nel 1718 va in scena, ancora una volta a Napoli, Il trionfo dell’onore, l’opera che noi quest’anno facciamo in Masseria, che è proprio l’esempio più rappresentativo di commedia in musica; anzi molti la considerano come la prima vera commedia in musica della storia dell’Opera. Ci è sembrato utile e interessante mettere in scena nello stesso cartellone il dramma serio handeliano contaminato dalla scuola napoletana con la prima commedia per musica napoletana, scritta da Scarlatti, in lingua italiana e non napoletana, che ha all’interno quella che poi Goldoni nel teatro settecentesco, nel teatro di prosa, trasformerà nella commedia umana.

Anche l’opera in masseria è una peculiarità del Festival?

È una specialità del nostro festival, una nostra invenzione che ogni anno trova un pubblico sempre più convinto e sempre più entusiasta; è un’occasione fantastica per sentire musica e per vivere un’esperienza teatrale in un contesto architettonico incredibile, in piena campagna, in queste ville/fattorie del seicento e settecento, ristrutturate, sotto le stelle. Un’altra novità di quest’anno è che l’opera di Scarlatti verrà suonata con strumenti d’epoca.

Come possiamo definire il belcantismo?

La definizione più significativa e a cui io faccio sempre riferimento è quella di Rodolfo Celletti. Il belcanto è quella particolare forma di teatro musicale che si può leggere come un rigorosissimo sistema di filosofia estetica, in cui il modo di esprimere il contenuto è più importante del contenuto stesso. In altre parole, il belcanto presuppone un bagaglio tecnico e una consapevolezza stilistico-estetica per l’interprete che gli consente di divenire lui stesso coautore e di tradurre quello che l’autore aveva lasciato come codice scritto in forma sintetica, dando per scontato una serie di possibilità esecutive che all’epoca erano date per assodate, per note, per patrimonio, e che oggi invece richiedono un approfondimento, uno studio per essere riproposte tali quali. L’altra caratteristica fondamentale che definisce il belcantismo o il belcanto è quella della sua visione estremamente astratta e distaccata da quella che è la realtà del sentire e del sentimento. Al compositore, all’autore e quindi all’interprete belcantistico non interessa minimamente imitare la concretezza del sentimento, interessa sublimarla, trasformarla in un simbolo completamente astratto, codificato, riconoscibile in base a un abbecedario, a un sistema di riferimento all’epoca condiviso, che affondava le sue radici nella poetica degli affetti monteverdiana. È un codice di assoluta astrazione, che gioca anche molto sull’ambiguità ad esempio dei ruoli sessuali. Il castrato poteva rappresentare, con la sua voce assolutamente asessuata e androgina, completamente svincolata dalla natura quotidiana della voce umana, personaggi i più disparati tra loro. Anche certi eccessi di registri o certi passaggi di abilità virtuosistica acrobatica non erano mai però fini a se stessi: erano sempre rigorosamente riconducibili a un codice, a un patrimonio condiviso. Oggi la scuola del belcanto è una scuola di cui si sono smarrite le tracce. A causa di ragioni storiche: man mano che l’urgenza della realtà del sentire e dell’imitazione del reale hanno preso il sopravvento nella storia dell’Opera, la voce umana, appunto per essere più aderente possibile alla tangibilità del sentimento, si è dovuta spingere su emissioni sempre più vicine a quelle della quotidianità, e quindi fino ad arrivare al declamato, all’urlo, al grido, come se non ci fosse alcuna differenza fra la finzione del teatro e la realtà. Inoltre, questo cambiamento, questa evoluzione di gusto ha fatto perdere completamente memoria della tecnica belcantistica, perché spingendo la voce umana su quel declamato, gonfiandosi le orchestre, gli organici e aumentando le sonorità, la tecnica ha dovuto adattarsi a finalità espressive completamente diverse, completamente all’opposto dell’astrazione cristallina del belcanto. Siamo dovuti arrivare agli anni ’70, con Celletti e Martina Franca, poi Pesaro e Rossini, la renaissance barocca del Nord Europa per porci la domanda: ma come si cantava nel ‘600 e nel ‘700? Qual era la tecnica? Il dibattito è ancora aperto, però è un fatto culturale, estetico, filosofico estremamente significativo e complesso.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Informazioni e programma completo del Festival all’indirizzo www.festivaldellavalleditria.it




La Cavalleria Rusticana di Diamond Opera

Con Cavalleria Rusticana si apre la stagione lirica del Teatro San Babila di Milano. Cavalleria Rusticana è un’opera in un solo atto, capolavoro di Pietro Mascagni su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, a sua volta tratto dal racconto di Giovanni Verga. L’opera vinse il concorso indetto dalla casa musicale Sonzogno e andò in scena per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890 e da allora  è una fra le opere più rappresentate al mondo. Sul palco, in una scenografia essenziale, si muovono i protagonisti della tragedia d’amore e gelosia: Santuzza folle d’amore per Turiddu a sua volta invaghito di Lola legata invece ad Alfio. Sullo sfondo Mamma Lucia oltre alla costante presenza del coro e del corpo di danza.

La stagione, è firmata dalla  “Diamond Opera Management”, agenzia teatrale di Boston specializzata nell’allestimento di spettacoli operistici negli Stati Uniti e in Europa. L’approdo nella patria del bel canto con quattro serate, è una vera e propria sfida, affidata tra l’altro alle doti vocali di un soprano italiano, Laura Ansaldi, una delle più interessanti e talentose voci dell’opera a livello internazionale. Una vocalità intensa ed estremamente versatile, un profilo artistico completo anche a livello attoriale, ed una eccellente presenza scenica. Accanto a Laura Ansaldi, che coprirà il ruolo di soprano protagonista in tutti gli spettacoli, si alterneranno interpreti come Valter Carignano e Giorgio Casciarri e direttori dì orchestra come Roberto Gianola e Paolo Marchese. La regia di Heiko Kobayashi Laval offre una prospettiva  moderna e innovativa agli spettacoli proposti.

Il ciclo di spettacoli vuole proporre una panoramica dell’evoluzione del melodramma italiano nel suo “secolo d’oro” attraverso scelte drammaturgiche ed espressive molto diverse: si inizia il 10 febbraio con la grande stagione del verismo e con “Cavalleria Rusticana” di Mascagni; si prosegue il 3 marzo con “Don Pasquale” di Donizetti che rappresenta la raggiunta maturità della scuola italiana e nel contempo offre un esempio di “opera buffa” a lieto fine; mentre a Giuseppe Verdi sarà dedicata, il prossimo 28 aprile una selezione delle sue arie più celebri con “Verdissimo” una selezione delle sue arie più celebri e il 19 maggio “Tosca” si passa al Puccini più lirico e drammatico.e

 

 




Rigoletto, il castello di Mantova prende vita in Arena

Entrati in Arena a Verona per la messa in scena del Rigoletto, il primo colpo d’occhio è la fedele riproduzione del Castello di Mantova che prende vita sulle gradinate dell’Anfiteatro preceduto da grandi pannelli in cui sono riproposti gli affreschi della “Camera degli Sposi”.  Ed è subito magia, un incanto che riporta ad altri luoghi ed altre epoche. L’allestimento è certo ultratradizionale forse un po’ antiquato volendo, ma per una volta, è bello non doversi soffermare sui significati reconditi di scelte artistiche peculiari e lasciarsi trasportare dalla musica di Giuseppe Verdi, dalla tragica storia del Rigoletto, il buffone di corte “esternamente difforme e ridicolo-  nelle parole di Verdi -, e internamente appassionato e pieno d’amore”,  e dall’immenso spettacolo realizzato per il Festival per questa nuova stagione, considerata quella della rinascita dopo le difficoltà finanziarie che, lo scorso anno, avevano fatto temere il peggio.tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_032_20170701

credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona
credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona
credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La regia è di Ivo Guerra, le scene di Raffaele Del Savio ed i costumi di Carla Galleri. Sul podio Julian Kovatchev. In scena il baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat (1 – 6 luglio), già vincitore di numerosi concorsi internazionali e, con il Rigoletto, al suo debutto in Arena, che si alterna nel ruolo con  Carlos Álvarez (14 e 19 luglio) e Leo Nucci (27 luglio), Rigoletto per eccellenza tanto che, solo a Verona è stato buffone alla Corte del Duca di Mantova per 45 volte. Il ruolo Duca di Mantova è di Gianluca Terranova (1 e  27 luglio), Francesco Demuro (6 luglio) e Arturo Chacón-Cruz (14 e 19 luglio), mentre Gilda è interpretata da Elena Mosuc (1 luglio), Jessica Pratt (6/7), Ekaterina Siurina (14 e 19 luglio),  e Jessica Nuccio (27 luglio).

tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_138_20170701tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_154_20170701

 

La lettura del regista Ivo Guerra  è fedele al libretto e prende ispirazione dalla prima rappresentazione areniana di Rigoletto del 1928, come omaggio ai grandiosi allestimenti dei primi festival lirici. L’allestimento de Il Rigoletto di Guerra è andato in scena per la prima volta nel 2003, per essere e poi ripreso nel 2004, nel 2008 e nel 2013. Raffaele Del Savio riproduce sulle gradinate areniane l’aspetto rinascimentale della città di Mantova, incorniciando i ricercati costumi cinquecenteschi ricreati da Carla Galleri. Da 1928 in poi in Arena sono stati comunque ben 10 gli allestimenti del Rigoletto, per un totale di rappresentazioni che, già ora, sfiora le 100 rappresentazioni. Si tratta, in effetti, della settima opera più rappresenta nell’anfiteatro  romano e sempre con un enorme successo di pubblico: sabato 1 luglio sulle gradinate non c’era un posto libero e c’èe da scommettere che il sold out sarà bissato nelle prossime repliche. D’altro canto lo stesso Verdi parlava del Rigoletto come della sua “opera migliore”. Il titolo, insieme a Il Trovatore e a la Traviata, appartiene alla triologia popolare dell’autore di Busseto ed è assolutamente godibile per un pubblico non solo di melomani. Al di là delle voci, e in particolare di quelle di Enkhbat  e Terranova, il Rigoletto entrata  un’opera nella memoria collettiva di ogni italiano che ne conosce ogni dettaglio della storia , di nascosto, ne canticchia e arie più note da “Bella figlia dell’Amore” a “Vendetta tremenda vendetta”.   Senza poi considerare che lo spettacolo in Arena è travolgente tra l’allestimento grandioso della Mantova Rinascimentale, i costumi da Oscar e l’uso massiccio e coreografico di comparse, coro e balletto.

tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_141_20170701tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_117_20170701

credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona
credito: ©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Purtroppo ci sono solo altre quattro opportunità per assistere, in Arena, al Rigoletto che è proposto per la 95° edizione dell’Opera Festival, il 6, 14, 19 e 27 luglio alle 21.00. I biglietti per le gradinate partono da 22 euro. Insomma è un’occasione da non perdere:

 

 

 

tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_070_20170701tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_050_20170701tn_0207_Rigoletto_FotoEnnevi_154_20170701