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Il Nabucco sci-fi di Poda conquista l’Arena

Il Nabucco sci-fi di Stefano Poda conquista l‘Arena di Verona dove, fino al 5 settembre, proseguono le repliche di questo nuovo allestimento dell’opera di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la 102esima edizione dell’Arena di Verona Opera Festival.
La produzione all inclusive di Poda che, così come per l’Aida di due anni fa, firma regia, luci, costumi futuristici, scenografia e coreografie, è avveniristica, monumentale, ipnotica e perfetta per gli spazi e i tempi dell’Arena. Per questo la scelta di assistere a una delle prossime repliche del Nabucco in Arena è vincente.

Poda spoglia la vicenda di qualsiasi riferimento storico al contesto ebraico-babilonese narrato nei libri di Geremia e Daniele così come dell’afflato della narrazione politica risorgimentale del libretto di Temistocle Solera, privilegiando, con la sua cifra stilistica simbolica, un racconto sospeso nel tempo e nello spazio che dà vita a un conflitto tra identità, fede e potere. Le masse degli schieramenti sono facilmente identificate dal colore delle vesti: oro-sabbia per gli oppressi (gli ebrei), viola per i conquistatori (i babilonesi), mentre conflitto è mostrato da duelli di scherma fluidi ed eleganti, in una sorta di movimenti coreografati tra danza e arti marziali che diventano essi stessi racconto.  Sul palco campeggiano solo tre installazioni colossali: al centro si staglia una gigantesca clessidra sovrastata dalla scritta “Vanitas”, a rappresentare la caducità dell’esistenza umana prigioniera della propria vanità, da cui discende una scala di venti metri su cui scorrono scritte e luci pulsanti, mentre ai lati campeggiano due semisfere  che inizialmente si trovano due lati opposti del palco per poi riunirsi nel finale catarchico  in un unico globo. All’interno di questi spazi e sulle gradinate dell’Arena si muovono quattrocento persone tra coro, mimi, e ballerini con movimenti precisi e geometrici dal forte impatto visivo.

Nabucco all'Arena Opera Festival di Verona
Immagine dell’Arena di Verona Opera Festival su concessione Fondazione Arena e Crediti Fotografici ©EnneviFoto/Fondazione Arena

A dominare la scena, nella recita di sabato 9 agosto, è stato il baritono Luca Salsi che ha proposto un ritratto convincente del potente sovrano che si voleva elevare a Dio, re e padre prima orgoglioso, poi mente smarrita e fragile e, infine, anima riconciliata dalla toccante sensibilità. Il timbro caldo e il fraseggio chiaro hanno caratterizzato l’esecuzione. Particolarmente emozionante “Dio di Giuda”.

La serata ha poi registrato l’esordio nel ruolo Abigaille del soprano Olga Maslova che ha mostrato solidità vocale e ha restituito un personaggio, tra i più complessi del repertorio verdiano, vivo e travolgente. Il tenore Francesco Meli nei panni di Ismaele regala al personaggio una autenticità rara, elegante il mezzosoprano Anna Werle nelle vesti di Fenena, mentre il basso Alexander Vinogradov interpreta un Zaccaria di grande intensità in particolare nella interpretazione di “Vieni, o Levita”. Chiudono il cast della serata Gabriele Sagona il gran sacerdote di Belo, Matteo Macchioni Abdallo ed Elena Borin Anna al debutto stagionale.

Il Coro, preparato da Roberto Gabbiani, è protagonista dell’opera e con Va’ pensiero e Immenso Jeovah supera se stesso. Personalmente spiace forse che il maestro Pinchas Steinberg, alla guida dell’Orchestra areniana, a quanto pare abbia mandato in pensione la consuetudine di bissare, a prescindere il coro del Va’ Pensiero, privilegiando la continuità del racconto, l’intensità dell’emozione e il progredire della tensione scenica. Intensità aiutata da una lettura più intima rispetto ad altre del recente passato.




Il Rigoletto storico torna in scena all’Arena di Verona

È un Rigoletto energico e drammatico quello diretto da Ivo Guerra che, dopo otto anni di assenza, è tornato in scena, lo scorso 8 agosto, alla 102esima edizione dell’Arena di Verona Opera Festival, Una serata sold out, con un pubblico partecipe che ha decretato il successo dell’ultimo titolo della stagione proposto in Arena. Per il Rigoletto, tra le opere più amate dal pubblico areniano (il capolavoro di Giuseppe Verdi è settimo titolo più proposto nella storia dell’Arena), ci sono ancora tre repliche in programma prima della fine della stagione: il 22 e 30 agosto, 6 settembre.

L’allestimento proposto a Verona è quello storico che, grazie alle grandi scene dipinte   da Raffaele Del Savio ispirate ai bozzetti di Ettore Fagiuli, primo scenografo areniano, ricostruisce sul palco dell’Arena la Mantova dei Gonzaga: le stanze affrescate di Palazzo Te, le sponde del Mincio dal Castello di San Giorgio e la rocca di Sparafucile. I costumi sontuosi curati da Carla Galleri e le luci di Claudio Schmid completano la ricostruzione della corte libertina di Mantova dove, consumati dalle contrastanti passioni e ossessioni, i personaggi di Verdi (ispiratosi a Le Roi s’amuse di Victor Hugo tradotto in versi da Francesco Maria Piave), consumano intrighi e vendette. La luna piena, che alla fine del primo atto ha iniziato a delinearsi proprio sopra le gradinate dell’Arena illuminando le scenografie, ha regalato agli spettatori dell’8 agosto una suggestione ancora maggiore.

Il Rigoletto all'Arena Opera Festival a Verona
Immagine su concessione di Fondazione Arena. Crediti fotografici: ©EnneviFoto/Fondazione Arena

Protagonista della serata dell’8 agosto è stato il baritono francese Ludovic Tézier che, grazie a una presenza scenica magnetica e all’autorità vocale, ha offerto una interpretazione lacerante del buffone di corte, riuscendo a incarnarne la tragica complessità psicologica ed emotiva. Il basso Gianluca Buratto è uno Sparafucile autorevole,  mentre Martina Belli, mezzosoprano all’esordio areniano, dà vita a una Maddalena seducente e dalla solidità vocale. Il tenore samoano Pene Pati(Duca di Mantova), al debutto in Anfiteatro, porta un timbro interessante, Nina Minasyan (Gilda), una delicata elganza. Abramo Rosalen (Il Conte di Monterone) colpisce per la voce potente.  Completano il cast Agostina Smimmero, Francesca Maionchi, Elisabetta Zizzo, Matteo Macchioni, Nicolò Ceriani, Hidenori Inoue, Ramaz Chikviladze. Il Coro è preparato da Roberto Gabbiani, diretto con l’Orchestra di Fondazione Arena dal maestro Michele Spotti che ha saputo delineare i ritmi della partitura creando un’esperienza coinvolgente.

Dopo la prima dell’8 agosto, sono attesi in scena per le prossime repliche del Rigoletto Amartuvshin Enkhbat (il 22 agosto), Luca Salsi (il 30 agosto) e Youngjun Park (il 6 settembre) nel ruolo del protagonista; come Duca subentra Galeano Salas il 6 settembre, mentre Rosa Feola è Gilda il 22 agosto e Erin Morley il 30 agosto e il 6 settembre.

 




Arte e simbolismo nella Traviata di Hugo de Ana in scena all’Arena di Verona

Con l’edizione in corso dell’Arena di Verona Opera Festival è tornata in scena La Traviata di Giuseppe Verdi nell’allestimento firmato da Hugo de Ana, una produzione che mancava dal festival veronese dal 2016. La produzione trasporta il pubblico nella Parigi della Belle Époque e dà vita a una serata dove la grandezza interpretativa degli interpreti crea momenti di arte e magia.
La produzione di de Ana, originariamente ideata per l’Arena Opera Festival del 2011, vince la sfida di adattare un’opera intimista come La Traviata agli spazi colossali dell’anfiteatro romano. Gigantesche cornici vuote e specchi poggiati sulle gradinate dell’Arena di Verona rappresentano il fulcro dell’allestimento che si anima nel corso dello svolgimento dell’opera con rappresentazioni di tableau vivant. L’intuizione del regista è quella di utilizzare cornici enormi come simbolo delle convenzioni sociali del mondo scintillante e ipocrita in cui si muove La Traviata, Violetta Valéry, fino all’incontro con l’amore sincero di Alfredo. La protagonista ha valore solo all’interno delle convenzioni sociali, le stesse racchiuse dalla cornice, un simbolismo che si rivela particolarmente efficace nel secondo atto quando l’enorme tela a fiori che custodiva l’idillio campestre dei due amanti, cala assieme al cadere delle loro illusioni.
L’esordio di Francesco Ommassini sul podio areniano per La Traviata dello scorso 25 luglio ha portato una lettura meditativa ed elegante della partitura verdiana che ha saputo valorizzare le qualità vocali degli interpreti.
La Traviata prosegue le repliche fino al 2 agosto.

Cast di alto livello Il vero punto di forza della serata del 25 luglio si è rivelato essere il cast. Rosa Feola, Violetta, ha dimostrato ancora una volta la sua classe interpretativa, nonostante le difficoltà sceniche imposte dalla regia che portato il soprano a interpretare “Sempre Libera” in cima a una cornice sul finale del primo atto, a simboleggiare la fuga dalle convenzioni grazie all’amore. Commovente la sua interpretazione di “Addio del passato”.
Al suo fianco, Dmitry Korchak ha fatto il suo debutto in Arena nel ruolo di Alfredo. Il tenore russo, già noto al pubblico veronese per aver interpretato il Conte d’Almaviva ne Il Barbiere di Siviglia nel 2018 e nel 2023, ha saputo dare vita e voce alle intemperanze e all’egoismo di Alfredo.
Nel ruolo di Giorgio Germont, Amartuvshin Enkhbat si conferma interprete verdiano d’eccezione dal fraseggio morbido e dalla piena adesione al personaggio. Il baritono mongolo, già applaudito nelle precedenti stagioni areniane, ha dimostrato ancora una volta la sua classe interpretativa.
La serata ha beneficiato anche di un cast di supporto di alto livello. Sofia Koberidze ritrae una Flora arguta e leggera, in duello amoroso con il Marchese d’Obigny, interpretato da Jan Antem. Matteo Macchioni è un Gastone dalla voce squillante, mentre buone le prove di Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Gabriele Sagona (Dottor Grenville) e Francesca Maionchi (Annina), capaci di piegare i colori vocali alle esigenze drammatiche. Ottima la prestazione, sia vocale che scenica, del Coro della Fondazione Arena di Verona, preparato da Roberto Gabbiani, confermando l’eccellenza tecnica che caratterizza i complessi artistici areniani.




La Carmen di Zeffirelli, il kolossal che celebra l’Arena di Verona

Carmen festeggia in Arena i 150 anni dalla prima assoluta dell’opera di George Bizet e i 30 anni dal debutto areniano dell’allestimento di Franco Zeffirelli che si conferma attuale, vitale e con una capacità di coinvolgimento che pochi spettacoli riescono a mantenere nel tempo.
L’allestimento si presenta come un vero kolossal cinematografico che coinvolge centinaia di figuranti, due cori (il Coro di Fondazione Arena preparato da Roberto Gabbiani e il coro voci bianche di A.Li.Ve. istruite da Paolo Facincani), la Compagnia Antonio Gades protagonista, tra l’altro, dell’interruzione tra il terzo e il quarto atto in cui dà vita a una applaudita gara di flamenco e la parata di stelle internazionali. Zeffirelli porta in scena oltre quattrocento persone, oltre a cavalli, asini, carri e carretti che rendono la scena ancora più reale. Nessun dettaglio è lasciato al caso neppure nelle scene di massa dove ogni comparsa, mimo, attore e cantante racconta nel volto e nei gesti una sua storia.
La Carmen di George Bizet firmata da Zeffirelli continua a stupire per la sua capacità di coniugare spettacolarità e intimità drammatica, per la concretezza scenica e allo stesso tempo per il gusto per il dettaglio visivo, per la concretezza scenica e, in ultimo, per il suo allure che non tradisce mai il carattere popolare e passionale dell’opera.
Sul podio il maestro Francesco Ivan Ciampa bilancia con maestria i momenti lirici con quelli più spettacolari.

Un cast di stelle Nella serata del 26 luglio, nel ruolo di Carmen ha brillato Alisa Kolosava, mezzosoprano russa che torna a interpretare la zingara di Bizet dopo il successo ottenuto nello stesso ruolo in occasione del 101°Opera Festival 2024. La sua interpretazione unisce una tecnica vocale impeccabile alla grinta di Carmen e a una presenza scenica magnetica. Elegante negli accenni flamenchi, Kolosava riesce a incarnare perfettamente la dualità del personaggio di Carmen: seduttrice e ribelle, passionale e tragica, pur mantenendo sempre costante l’accento alla rivendicazione della libertà di essere sempre se stessa. Il suo fraseggio nella celebre “Habanera” rivela maturità artistica, mentre nei momenti drammatici del quarto atto Kolosava dimostra una capacità di sostenere l’intensità emotiva che pochi interpreti riescono a raggiungere. La voce, di timbro caldo e penetrante, si adatta perfettamente agli spazi dell’Arena, riuscendo a raggiungere ogni angolo dell’anfiteatro con naturalezza e potenza.
Accanto a Kolosava, Roberto Alagna dà vita a un Don José di autentica grandezza drammatica, sostenuta da un’interpretazione vocale e scenica di rara intensità. Il tenore francese porta sul palco un Don José tormentato e credibile, capace di passare dalla tenerezza iniziale alla disperazione finale con una progressione drammatica che tiene il pubblico con il fiato sospeso. La sua voce mantiene quella brillantezza e quella facilità negli acuti che lo hanno reso celebre sui palcoscenici internazionali. Particolarmente toccante la sua interpretazione del 2la fleur que tu m’avais jettée”” del secondo atto, dove la tecnica si fonde con un’emotività autentica che raggiunge direttamente il cuore degli spettatori, evidenziando i travagli del personaggio verso l’inarrestabile corsa al degrado morale.
Mariangela Sicilia offre una Micaela di grande purezza vocale e interpretativa, riuscendo a far emergere la forza interiore del personaggio. La sua aria del terzo atto, “Je dis que rien ne m’épouvante”, viene eseguita dalla soprano già interprete di Micaela in Arena nel 2018, ’19, ’23 e ’24, con una sensibilità musicale che mette in risalto ogni sfumatura del testo.
Escamillo è il baritono Luca Micheletti. Il cantante unisce carisma scenico e solidità vocale. La sua “Chanson du Toréador” diventa un momento di puro spettacolo, sostenuta da una voce potente e ben proiettata che riesce a dominare l’orchestra e il coro senza apparente sforzo. Micheletti tratteggia un Escamillo sicuro di sé e affascinante, capace di conquistare Carmen con la sua sicurezza e il suo charme naturale.
A completare il cast Jan Antem e Francesco Pittari (i contrabbandieri Dancairo e Remendado), Daniela Cappiello e Sofia Koberidze (Frasquita e Mercédès) Gabriele Sagona e Giulio Mastrototaro (Zuniga e Morales) che contribuiscono a creare quell’atmosfera di ensemble che è fondamentale per la riuscita di Carmen.

Un successo che guarda al futuro Questo ritorno di Carmen all’Arena di Verona dimostra di come il teatro d’opera possa continuare a rinnovarsi pur mantenendo le proprie radici. È tuttora la seconda opera più ricorrente in Anfiteatro dopo il capolavoro verdiano: il 14 agosto 2025 è prevista la recita numero 300 da quella prima Carmen. Repliche della “Carmen” sono previste il 14, 23, 29 agosto, con il gran finale in programma il 3 settembre ore 21.




Riccardo III, Shakespeare come un videogioco

Riccardo III di Corrado d’Elia è lo spettacolo da vedere di questa stagione teatrale milanese troppo spesso appiattata sulla facile condiscendenza verso il pubblico. È Shakespeare ovvio ma niente paura: lo spettacolo dura un’ora, si segue perfettamente pur senza avere alcuna conoscenza della Guerra delle due Rose che ha attraversato il Quattrocento inglese (e che, per l’appunto termina con la sanguinosa battaglia in cui Riccardo III, ultimo erede della casata di York, perde la vita sul campo di  Bosworth) e, grazie a una resa scenica e grafica (a firma di Chiara Salvucci) elegante, stilizzata e di sicuro impatto, è tutto fuorché scontato.
È un Riccardo III allestito come un vero e proprio video game con tanto di punteggio per ogni completamento dei diversi livelli che conducono al “game over” e musica celebrativa ad ogni passaggio di livello in livello. Un allestimento geniale considerando che proprio Riccardo III, così come dipinto da William Shakespeare, sembra il malvagio burattinaio che scala i vertici della corona inglese attraverso sottili giochi di astuzie, intrighi, lotte di potere e crudeli ricatti (è passato alla storia per aver imprigionato e, presumibilmente, ucciso i due principini nella Torre!), salvo poi essere sommerso dallo stesso clima d’odio da lui generato e, lasciato solo da tutti, morire sul campo di battaglia senza possibilità di vie di fughe (“Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”).
E, d’altro canto,  i confini storici non servono quando protagonista della scena è la brama di potere oltre ogni pudore che assimila il Riccardo III di Shakespeare ad ogni altro tiranno politico o di impresa gravato dalla stessa ansia di raggiungere i propri obbiettivi, abbattendo ad uno ad uno gli ostacoli in vista del “game over” e piegano alla propria volontà le “pedine” sul campo . La paura, l’odio, il sospetto e l’ambizione. L’allestimento mette a nudo i sentimenti primari al di fuori di qualsiasi contesto storico o geografico.
A condurre il gioco è quindi Riccardo III stesso, una mente diabolica che saltando di livello in livello dirige, complotta, seduce e uccide, in una progressione vertiginosa fino al “game over” finale, tra luci psichedeliche che sottolineano i disegni geometrici disegnati sul palco quasi tramutato in scacchiera e una musica incalzante che scandisce, inesorabile, i diversi momenti del dramma. È il Big Generator, la mente diabolica assetata di potere e di gloria, capace di desiderare tutto, il grande virus che conduce il gioco, manovrando il joystick di un videogame dove tutti alla fine, nemici e complici, risultano uguali pedine da abbattere o conquistare, a servizio della propria ambizione.
Per il pubblico si tratta di un’esperienza intesa, in cui cui sono i sentimenti e le contraddizioni del potere a occupare la scena più che i semplici personaggi del dramma Shakespeariano, una quadro indimenticabile sospeso tra incubo e realtà.

 

  SAVE THE DATE

Dal 20 febbraio al 4 marzo 2018
MTM Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano
RICCARDO III
 
adattamento e regia di Corrado d’Elia
 con Andrea Bonati, Raffaella Boscolo, Marco Brambilla, Giovanni Carretti, Paolo Cosenza, Corrado d’Elia, Gianni Quillico, Chiara Salvucci, Antonio Valentino
ideazione scenica e grafica Chiara Salvucci
produzione Compagnia Corrado d’Elia

biglietti: 24 euro



Halloween con il Rocky Horror Show

Con un allestimento da kolossal, ricco di luci, tacchi a spillo ed effetti speciali, una compagnia di performer d’eccezione e la presenza di Claudio Bisio nel ruolo di narratore,  il Richard O’ Brian’ s  Rocky Horror Show  torna a far ballare gli spettatori. Divertente e capace di entusiasmante anche (i pochi) che non hanno mai sentito parlare prima del leggendario musical (anche grazie a “Bisio” Show che in una performance alla Zelig traduci i passaggi fondamentali dello show), il Rocky Horror Show è lo spettacolo ideale per festeggiare Halloween …e i giorni seguenti. Fino al 5 novembre il Rocky Horror Show e in scena al Teatro degli Arcimboldi, di Milano per poi perseguire a Firenze, dal 7 all’11 novembre, al Nelson Mandela Forum, le sole due in Italia per la tournée europea della produzione internazionale firmata BB Promotion Gmb.

Cast strepitoso, con l’istrionica e irriverente interpretazione di  Frank‘n‘Furter di  Gary Tushaw che canta “Rose tint my world” circondato da piume di struzzo in versione Marylin, un potente Riff Raff interpretato da Stuart Matthew Price e Sophie Isaacs nel ruolo di una Janet particolarmente grintosa. Curato l’allestimento e i costumi di scena scintillanti. Un vero e prprio spettacolod a West End nel cuore di Milano.

Fin dal suo debutto assoluto nel 1973 al Royal Court di Londra, nessun altro musical al mondo come il Rocky Horror Show è stato più amato, vissuto intensamente e celebrato con entusiasmo dal pubblico. Uno spettacolo leggendario, tradotto in tutte le lingue del Mondo e visto in tutti e cinque i continenti da oltre 20 milioni di persone.  Definito “la madre di tutti i musical”, The Rocky Horror Show è uno spettacolo unico nel suo genere, con una colonna sonora strepitosa, protagonisti irriverenti e bizzarri e una speciale capacità di coinvolgere e interagire con il pubblico. È proprio questo a fare del Rocky un cult ancora indispensabile. Ogni sera il pubblico è protagonista, segue un copione non scritto – ma ben noto – fatto di gesti e parole, è spinto dagli attori in scena a interpretare gag esilaranti in risposta alle loro battute, rendendo unica e irripetibile ogni replica.

  Rocky Horror Show – DOVE, COME E A QUANTO

Fino al 5 novembre: Teatro Arcimboldi di Milano. Biglietti da 28,75 euro
 Da martedì a venerdì ore 21.00 – Sabato e domenica ore 16.00 e 21.00

 

Dal 7 all’11 novembre- Mandela Forum, Firenze. Biglietti da 28,75 euro
 Da martedì a venerdì ore 21.00 – Sabato e domenica ore 16.00 e 21.00

 

 

 

 




“Musica ribelle” crea un ponte con gli Anni ’70

“Sai chi era Victor Jara?” è la domanda che il sessantanne Hugo, l’alter ego nella finzione di Eugenio Finardi,  rivolge a Lara93 e che racchiude l’essenza di “Musica ribelle”: il confronto tra generazioni apparentemente e inconciliabili e separate da quarant’anni di storia ma che, in fondo, se imparano a comunicare possono trovare molti punti di incontro. A iniziare dalla musica, la musica contro o appunto la “Musica ribelle”  quella “che ti ti dice di uscire che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare”.

Il musical, diretto da Emanuele Gamba,  in scena fino a domenica 8 ottobre al Teatro Nuovo di Milano è prodotto da Todomodo e Bags Entertainment  e nasce  dalla scelta precisa di scrivere e realizzare uno spettacolo sulla musica e sulla testimonianza artistica Eugenio Finardi.

La scena si apre su una Milano contemporanea dove Hugo affitta un  vecchio scantinato da tempo in disuso a una “crew” di giovani rapper, graffittari, dj capitanati da Lara93 alle prese con la preparazione di un un rave notturno. Come spiega Hugo in realtà il suo è stato quasi un messaggio lanciato nello spazio alla ricerca di un “Extraterrestre” che potesse condividere la passione per la musica e la voglia di sognare ancora. Nello scantinato Lara93 scova i diari di Hugo che  portano la lancetta indietro al ’73 quando la stessa cantina era il covo di un collettivo politico, la sua sala prove, la sua stamperia, la sua radio libera “Nebbia” che appare e scompare e i concerti al Parco Lambro che, in un gioco di citazioni, avevano visto protagonista proprio lo stesso Finardi.  Le storie dei due protagonisti, corrono in parallelo. Sette anni per il collettivo e le storie di utopia, amore e impegno politico dei suoi protagonisti, mentre la violenza cede il posto al sogno di una rivoluzione pacifica,  sette giorni per Lara93 e il suo mondo di fuoriusciti del sistema,  dal cleptomane, alla vegana, alla narcisista.

La forza dello spettacolo è quella di non rimanere relegato all’effetto nostalgia, che pure sarebbe stata una via piuttosto semplice da seguire anche solo legando le prime canzoni di Finardi, quelle che hanno caratterizzato maggiormente il decennio della protesta. Sono infatti riproposti dal vivo, riarrangiati da Emiliano Cecere e Alberto Carbone sotto la supervisione di Finardi, “Dolce Italia”, “Trappole” “Patrizia”, “Diesel”, “Un uomo”,
“Extraterrestre”, “La radio”, e le immancabili “La Forza dell’Amore” e “Musica ribelle”  tra sonorità che vanno da quelle
rock-prog originarie degli anni ’70, a sconfinamenti d’n’b, techno, ma anche ballate e medley. Nessuna nostalgia e nessun buonismo. La violenza, le droghe, gli abusi ieri come oggi non sono nascosti e tratteggiano personaggi a tutto tondo.

“Musica ribelle” prova a far dialogare  i giovani degli Anni ’70 con i nuovi Anni ’20, trovando numerosi punti di incontro. D’altro canto, come spiega Hugo, i sogni non terminano nello spazio di una generazione anche quando questa stessa generazione ha in parte tradito l’utopia a cui aspirava quarant’anni fa e di cui ha lasciato eredità artistiche ancora attuali. Magari cambia il modo. gli strumenti a disposizione e probabilmente anche mode e musica,  ma la ricerca della felicità, anche se relegata temporaneamente in uno scantinato, non tramonta e neppure il sogno di realizzare le proprie aspirazioni artistiche, musicali o meno.

“Ho sempre pensato che la creazione di questo specifico racconto per il palcoscenico presentasse dei livelli di complessità molto alti: due epoche da raccontare, sette anni e sette giorni, un unico spazio scenico, un cast impegnato in doppi ruoli, la musica dal vivo con band da integrare nella fabula, la volontà di muovere i corpi con un linguaggio fisico inedito per il nostro teatro musicale, un immaginario video da far vibrare con la musica” ha commentato Gamba per poi aggiungere: “Una complessità che alle volte è sembrata insormontabile ma che poco alla volta si è rivelata lo strumento
necessario e ineludibile per raccontare la complessità della vita e delle relazioni di dieci giovani, uomini e donne in lotta per la determinazione di un futuro degno di essere vissuto”. Una complessità che, secondo il regista, “Musica ribelle” scioglie in una verità semplice: ”  che in ogni epoca e ad ogni latitudine uomini e donne abbiano un bisogno pressoché unico, il bisogno di curare paure e debolezze con quella che Eugenio chiamò “la forza dell’amore”.

Applausi al cast numeroso e coinvolgente  in cui il talento scorre a fiumi. Tra i protagonisti in scena per “Musica ribelle” spiccano le voci di Arianna Battilana, in scena con le stampelle per un incidente capitato pochi giorni fa, Luca Viola  e di Federico Marignetti, già nel cast di “Spring Awakening”  e di “Romeo Giulietta” e vincitore lo scorso anno del premio Persofone come miglior attore emergente.

E per chi come me  è stato solo sfiorato dagli Anni ’70:  Victor Jara, citato in “Musica ribelle”, era un artista cileno ucciso nel settembre del 1973 nei giorni del colpo di Stato di Pinochet.  Un artista che ha pagato la ribellione sulla propria pelle e un delicato cantautore che vale la pena di cercare e ascoltare su youtube, magari partendo proprio dalla commovente “Te recuerdo Amanda” citata e cantata in “Musica ribelle”.

 

“Musica ribelle” DOVE, COME E QUANDO
Fino all’8 ottobre al Teatro Nuovo di Milano h 20.45 e domenica alle 15.30
Biglietti da 25,8 euro

 




Diana Ross regala magia

di Francesca Vercesi –New York City Center, New York, 24-29 aprile 2017. Non è scontato che, dopo un concerto, si riesca a trattenere in sé cosi tanta energia positiva da essere poi in grado di trasferirla ad altri. Si esce emotivamente scossi (e molto sorridenti) dopo quasi due ore di pura adrenalina dalle date live newyorchesi di Diana Ross. Pura energia, intimità e vigore. Questo è il mix sapiente che la prima vera diva della black music ha regalato a un teatro strapieno. L’artista che ha spalancato le porte del successo a popstar come Beyoncé o Rihanna non ha cantato mai in playback, superando brillantemente la prova di un’audience appassionata ma molto critica. Una leggenda vivente, Diana Ross.

L’artista nata a Detroit, Usa, il 26 marzo 1944 al New York City Center nelle date di New York esegue il suo repertorio d’elezione, le canzoni principali che coprono la sua carriera. Ampiamente acclamata come una delle più belle voci, gli innumerevoli successi della Ross si sentono tutti: “Ain’t No Mountain High Enough,” “Upside Down,” “I’m Coming Out,” “Stop! In the Name of Love,” “Where Did Our Love Go,” “You Keep Me Hangin’ On,” e “Endless Love.” La cantante ha recentemente ricevuto la Presidential Medal of Freedom, l’onore civile più alto della nazione. È stata candidata all’Oscar, è stata inserita nella Rock & Roll Hall of Fame e ha ricevuto il premio Grammy Lifetime Achievement Award. Da sempre legata alla Motown, debuttò come cantante nel 1958 e nel 1960 fu parte del gruppo delle Supremes, con cui raggiunse per dodici volte il primo posto nelle classifiche di Billboard in soli cinque anni, con successi (appunto) come Baby Love, Stop! In the Name of Love, You Can’t Hurry Love, You Keep Me Hanging On, Love Child e Reflections. Nel 1970 ha intrapreso la carriera da solista, proseguita con successo sino alla fine degli anni novanta. Nella sua lunghissima carriera ha tenuto più di duemila concerti in ogni parte del mondo, cantando per Re, Regine e Capi di Stato e partecipando agli eventi più importanti negli Stati Uniti d’America e nel resto del mondo.

Al concerto del City Center la Ross ha esibito grazia e glamour, in un perfetto equilibrio tra sogno e realtà, con disinvoltura e stile. Voce potente e senza sbavature. Sapiente l’uso delle luci sul palco. Nell’aria non mancava la magia.




“Lo Schiaccianoci On Ice” è magia sul ghiaccio

“Lo Schiaccianoci on Ice”, in scena al Teatro Arcimboldi di Milano fino a domenica 22 gennaio, è un sogno raffinato dove scenografie, costumi e acrobazie sui pattini e in aria lasciano grandi e piccini a blocca aperta. Sono lontani i tempi dei lustrini di Holidays on Ice, che pure ha fatto storia, così come dei diversi tour della vittoria che portavano nei palaghiaccio di tutto il mondo i campioni del ghiaccio. “Lo Schiaccianoci On Ice” è molto più vicino al balletto classico nell’eleganza dei costumi e nelle corografie di gruppo, pur non tralasciando l’aspetto acrobatico, trottole dalle linee incredibile, prese impavide e qualche salto anche lanciato, e neppure la dimensione del sogno tra giocolieri e illusionisti. Il tutto su un palco teatrale che via via si trasforma, con una cura quasi maniacale del dettaglio, in sfarzoso palazzo dei primi del ‘900, foresta e castello dei dolci abitato da curiosi personaggi su cui regna la Fata Confetto. Una scenografia che riduce ancora di più le dimensioni della pista (a 16 metri per 16 metri) per gli artisti che, con bravura e grazia quasi sovraumana, condividono più volte la scena e riescono, nonostante le dimensioni limitate (rispetto a quelle normalmente necessarie per gli atleti) a prender egualmente la velocità necessaria a saltare o per effettuare piroette.

In scena, o meglio, sul ghiaccio per “Lo Schiaccianoci On Ice”  ci sono ben 26 pattinatori della compagnia australiana The Imperial Ice Stars diretti da  Tony Mercer. Tra i protagonisti  Evgeny Platov, campione del mondo e olimpico (in coppia con Oksana Grishuk) e  Maxim Staviski, campione mondiale e(in coppia con Albena Petrova Denkova).

Basato sulla partitura di Tchaikovsky, “Lo Schiaccianoci On Ice”, è ambientato nel 1900 a San Pietroburgo e rimette in scena la fiaba classica russa della piccola Maria, che con il suo amore dona la vita allo schiaccianoci, un magico regalo di Natale del suo misterioso padrino. Iniziano così le avventure con il re dei topi, il principe incantato e la Fata Confetto. “La danza su ghiaccio è una forma d’arte che si presta magnificamente a questo racconto. Non solo la storia include alcune romantici ‘adagi’ con prese e salti, ma l’esotico divertissement proveniente da Spagna, Cina, Arabia, Russia ed Egitto permette di inserire nelle coreografie anche acrobazie, voli, fuoco e magia.”

DOVE, COME E A QUANTO “Lo Schiaccianoci On Ice”
Teatro Arcimboldi di Milano 17-20 gennaio h20.30 e le matinée del week end alle 15.30
Biglietti da 20 euro.

 

 




“LA PELLE DELL’ORSO”, un viaggio interiore tra stupendi paesaggi

di Elisa Pedini – Arriva al cinema, dal 3 novembre, “LA PELLE DELL’ORSO”, vincitore di numerosi premi al Festival Annecy Cinéma Italien 2016, per la regia dell’esordiente Marco Segato e tratto dall’omonimo romanzo di formazione di Matteo Righetto.

“LA PELLE DELL’ORSO” è una pellicola molto paesaggistica, riflessiva, onesta, pura, schiva e scarna come i protagonisti della vicenda. Il “set-up” della sceneggiatura mette subito lo spettatore all’interno della realtà fisica e umana dei protagonisti. Le prime scene ci dicono tutto quanto c’è da sapere, per avere gli strumenti di decodifica di tutto il resto del film. “LA PELLE DELL’ORSO”,  è ambientato negli anni Cinquanta, in un paese rurale del trevigiano, ai piedi delle Dolomiti: gente semplice e laboriosa, dai volti segnati dalla fatica e che si spezza la schiena nel duro lavoro, nei campi o alla cava.

“LA PELLE DELL’ORSO”, si apre con una specie di parata in maschera e il sostrato superstizioso ed evocativo, che la anima, è ben evidente. La vita che conducono gli abitanti del paese è altrettanto chiara allo spettatore. Vengono introdotti, anche, i due personaggi principali: Pietro Sieff e suo figlio, Domenico. Il muro che divide i due s’estrinseca nei loro silenzi, nella solitudine delle loro esistenze. Dividono lo stesso tetto, ma non la vita. Da un lato, un padre, che viene trattato da tutti come una “bestia”, ingiuriato, schernito e che trova nella bottiglia il suo rifugio. Dall’altro, un figlio, molto più maturo dei suoi quattordici anni, che da una mano agli zii con gli animali, si occupa della casa e del padre. Pietro, lavora alla cava e ha un rapporto difficile col capo, Crepaz. Un giorno, un orso bruno, che vive nei boschi, entra in una stalla e uccide una mucca. È già noto alla popolazione, la quale ha un approccio, ovviamente, di superstizioso terrore nei confronti dell’accaduto e qui, ci riallacciamo all’idea che ci ha trasmesso quella parata esorcizzante, in apertura del film. L’animale non è visto come una creatura affamata, ma è “el diàol”, il diavolo, astuto e cattivo, che ormai conosce bene tutti loro e i loro fucili. La sera, all’osteria, gli uomini ne parlano. Pietro, in un moto d’orgoglio e forse, anche, per riscattare la sua persona agli occhi degli altri, scommette con Crepaz che ucciderà l’orso. Un anno di paga, se vince. Se perde, lavorerà un anno gratis. Qui, inizia la “zona centrale” di “LA PELLE DELL’ORSO”, che si svolgerà tutta nel bosco, fra paesaggi stupendi. Pietro e Domenico si trovano da soli verso l’ignoto, alla ricerca del “diàol”, ma anche dei loro demoni interiori.

Il ritmo è lento, scandito dal silenzio che viene rotto solo da brevi, lapidari, scarni dialoghi, che, riverberano perfettamente le personalità dei due protagonisti, seppur s’avverte, in realtà, l’esigenza di una maggiore dinamicità, se non d’azione, quanto meno, dialogica. Certo, tutta la situazione è ben coerente e comprensibile, date le premesse molto chiare e approfondite del “set-up”. Siamo di fronte a due personalità chiuse, schive, che non hanno molto da dirsi, perché, di fatto, non si conoscono, dunque, non possiamo, naturalmente, aspettarci che si trasformino in due garruli ciarlieri, sarebbe incoerente e poco credibile.

Altresì, va sottolineato il gioco della regia con la telecamera, che passa dalla lucida messa a fuoco sul primo piano, che ci rivela, in modo inequivocabile, i pensieri e i moti dell’anima del personaggio in quel momento; all’apertura sul paesaggio circostante. Questo sistema d’interiorizzazione ed esteriorizzazione d’un pensiero, consente allo spettatore d’inferire, non solo quanto sta avvenendo dentro la testa dei protagonisti, ma anche come questo si riverbera sulle loro azioni.

La ricerca dell’orso, alla fine, diviene una ricerca di sé e dell’altro. In questi silenzi e in quelle battute, scambiate tra padre e figlio, troviamo la catarsi dell’uno e la presa di coscienza dell’altro. Un ritrovarsi, un supportarsi, che, però, va detto, non muta, in modo molto realistico, quella che è la natura dei due protagonisti. Raramente si trova questa verosimiglianza al processo mentale umano: i due personaggi evolvono e trovano il loro modo di comunicare e il loro modo di conoscersi, senza mutare il loro carattere.

La mancanza di spettacolarizzazione, rende ancora più realistica questa pellicola, che si nutre di umanità per un verso e di paesaggi per l’altro.  La “conclusione” del film è molto rapida, come lo è stato il “set-up”, eppure, di nuovo, è l’indugio della telecamera sui volti che ci consente di capire molto più di quanto i personaggi esprimano a parole.

“LA PELLE DELL’ORSO” è, tecnicamente, un buon prodotto, solido e coerente nel suo svolgersi: il fulcro, ovvero, il rapporto padre-figlio, non viene mai perso di vista e resta sempre in primo piano. Buona, anche, l’interpretazione del cast: Marco Paolini e Leonardo Mason, rispettivamente nei ruoli di Pietro e Domenico Sieff, Paolo Pierobon, nella parte di Crepaz e Lucia Mascino, in quella di Sara.