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“TORNO DA MIA MADRE” – UNA “FAVOLA” TENERA E MALINCONICA

di Elisa Pedini – Nelle sale italiane da domani, 25 agosto, il film “Torno da mia madre”, ad opera del regista e sceneggiatore francese Éric Lavaine. Commedia piacevole e leggera, che, al dunque, si mostra più come una “favola” sulla famiglia e sulle problematiche odierne, che, purtroppo, molti quarantenni si trovano a vivere. Le tematiche trattate sono molto attuali, ma la realtà si stempera nella tenerezza della poesia, tenendo toni malinconici, molto tenui e superficiali, senza sviscerare né introspettivamente, né socialmente, le varie situazioni proposte. Pertanto, è un film piacevole e anche comico, che va approcciato come una bella favola, senza forzarne i parallelismi con la vita vissuta. Mi spiego nel dettaglio, partendo dalla trama. La protagonista è Stéphanie, bella donna e architetto di quarant’anni. Il film inizia con lei, molto elegante e serenamente alla guida della sua cabrio rossa fuoco, mentre attraversa panorami stupendi. Tuttavia, quest’immagine di ricchezza e serenità, termina coi titoli di testa, quando, Stéphanie, restituisce l’auto e a piedi s’allontana con il suo bagaglio verso la fermata dell’autobus. È evidente che qualcosa è cambiato. Infatti, la donna fa ritorno a casa della madre, Jaqueline, la quale, l’accoglie a braccia aperte. Apprendiamo che Stéphanie è divorziata con un bambino e che ha chiuso il suo studio per fallimento, perdendo tutto. La prostrazione della donna è comprensibile ed evidente: è passata dall’avere tutto, al perdere tutto in un attimo. Quello che mi ha irritata e non poco è che Stéphanie non fa che lamentarsi e piangersi addosso: ogni occasione è buona per dire quanto sia sfortunata e quanto sia nei guai. Per quanto possa essere comprensibile il suo scoramento e l’imbarazzo di dover tornare dalla propria madre, non è possibile non pensare a quanti si trovino nella sua stessa, identica condizione, senza, però, avere la grandissima fortuna di rifugiarsi a casa di mamma. Aspetto fondamentale, perché, non solo le dona un tetto sicuro sopra la testa, ma anche la serenità di cercare un lavoro e il lusso di rifiutare impieghi umili e pesantemente squalificanti. Personalmente, avrei preferito udire meno lamentele e più gratitudine. E questo, secondo me, è l’aspetto più importante, per il quale, il film va gustato come una “favola”, da prendersi così com’è, senza parallelismi con la vita reale. L’ho premesso che la pellicola evita il drammatico, stemperandolo nella tenerezza della malinconia e del sentimento. Ovviamente, come si poteva, logicamente, supporre, le abitudini delle due donne sono diverse e da qui scaturiscono le situazioni più esilaranti del film. Soprattutto, perché, Jacqueline, ha un segreto, che vuole comunicare ufficialmente ai figli. Per tale ragione, ella assume non solo comportamenti strani, incomprensibili agli occhi di Stéphanie, che, addirittura, li scambia per segnali di demenza senile; ma organizza anche un pranzo con tutti i suoi tre figli. Quella tavola, imbandita con amore dalla mamma, diviene, però, una specie d’arena, dove i tre “gladiatori” combattono le loro personalissime guerre. Trapelano gelosie, vecchi rancori e soprattutto una sorta di fastidio verso la nuova situazione che s’è venuta a creare. Anche qui, però, il regista non s’inoltra nell’introspezione psicologica dei personaggi e non va oltre il mostrare tre personalità con grandissimi problemi relazionali, se non psichici, come nel caso di Carole, la sorella di Stéphanie. La reazione, giusta e coerente di Jacqueline, pone fine alla “corrida familiare”. Da questo momento, il film si concentra maggiormente sulle vicende personali della madre e del suo “segreto”, lasciando un po’ in secondo piano tutto il resto. Neppure nel momento di pathos della rivelazione ai figli della “grande notizia” si raggiunge una profondità introspettiva. La reazione dei tre, per quanto, forse, abbastanza probabile e realistica, resta sempre superficiale. L’impressione è che, Lavaine, abbia desiderato produrre una commedia “vera”, ma poi abbia avuto remore nel mostrare la durezza della verità. I toni stemperati e comici della commedia scorrono, comunque, gradevoli, con vicissitudini divertenti e alle volte, persino esilaranti, fino a garantire il lieto fine. Una “favola” piacevole, che lascia sereni. Ambientazioni bellissime e una fotografia molto curata danno il tocco finale. Un’altra cosa che mi ha colpita è l’estrema luminosità: questa pellicola è dominata dalla solarità e dai colori caldi, che trasmettono un senso di grande pace allo spettatore. Da sottolineare anche l’interpretazione sia di Alexandra Lamy, nel ruolo di Stéphanie, che risulta molto credibile e riesce a trasmettere il senso di disagio del suo personaggio, sia dell’eccellente Josiane Balasko, nella parte di mamma Jacqueline, che, non solo, risulta essere l’unica figura, in sceneggiatura, con una vita vera e ben vissuta e con un carattere ben definito, ma viene anche interpretata in modo profondamente “sentito” e sfaccettato.