Perché Sanremo è Sanremo

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di Emanuele Domenico Vicini. Così recitava un gingle che ha tenuto banco al festival della Canzone Italiana (Festival di Sanremo, per tutti) durante il lungo regno di Pippo Baudo, motore pensante del Festival anni Ottanta Novanta, mentore, ispiratore, cuore e anima di un evento che in quegli anni (dopo un periodo di relativo oblio) ritornava ad essere centrale nel palinsesto televisivo, si dilatava nel tempo, si arricchiva di vistosi e complessi impianti scenici e di contorni vari (il mitico “Dopofestival”!).

Oggi Sanremo continua, con altri conduttori, altro stile, un po’ meno esibito, forse più contenuto, ma sempre evento mediatico su cui Raiuno punta per rianimare la programmazione dell’anno.

Certo, la sacralità baudesca, l’atmosfera da rito religioso, la liturgia di una serie di azioni, che con l’avvocato di Militello si ripetevano con scandita precisione e sapore sacerdotale, è svanita, scomparsa, perduta tra le onde morbide e lunghe del mar ligure di fine inverno.

Passano gli anni e passano le mode: è fisiologico. Purtroppo dal festival di Sanremo se ne va anche un po’ di stile (Perché Bastianich, ospite di riguardo, propone ricette con olio toscano nella patria di uno degli oli italiani più delicati e raffinati?!?). Si usano scene high tech molto luccicose, ma il discorso non fila più come un tempo (il presentatore Carlo Conti non ha certo la fluidità e la classe di chi lo ha preceduto).

Nulla di grave, per carità, è solo Sanremo. Lungi da chi scrive pensare che un festival di canzoni leggere possa o debba essere qualcosa di più di un bell’intrattenimento ben fatto e ben gestito. Tale è e tale deve essere.

Sanremo non è stato solo questo. Nacque in sordina, crebbe rapido tra le sale del Casinò, in spazi di fascinosa architettura, memori di splendenti memorie e divenne il Festival, divenne Sanremo, centro della nostra storia televisiva, punto di svolta tra inverno e primavera, culmine della stagione nobile della città di mare, insieme con la Milano Sanremo, appuntamento leggero, serata di gala e di eleganza, fascino un tantino kitsch, ma capace di riempirci gli occhi.

Sanremo è stato questo, perché si è innestato sulla immagine di una città unica, fascinosa e decadente, incastonata tra mare e montagna, luogo di benessere (“a Sanremo ci si cura”, diceva uno slogan di inizio Novecento), sfregiata da anni di incuria, ma ancora capace di trasmettere il profumo della sua bellezza.

Le cronache sabaude parlano delle sue palme, uniche ad essere utilizzate dalla corte pontificia per i riti pasquali, raccontano l’aroma dei suoi limoni, la fecondità della sua terra, l’armonia dell’anfiteatro naturale nel quale la città trova sede.

A Sanremo l’inverno, quello del festival, quello delle giornate di sole passate in spiaggia, è di color pastello, dolce nei toni e nel clima, elegante e sereno, come una passeggiata sull’Imperatrice (così si chiama la passeggiata a mare, in onore della zarina Maria Alexandrovna) in un pomeriggio di gennaio. È luminoso e adamantino, perché se sali su Monte Bignone (purtroppo oggi senza funivia) vedi il mare e vedi la Corsica e dietro di te cime innevate.

Si riempiono gli occhi e il cuore . E stai bene.

Sanremo è Sanremo.

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