Viaggio sulle orme della grande Elisabetta I

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di Giuliana Tonini – Ognuno di noi ha uno o più personaggi del passato, recente o lontano, che ammira o verso cui nutre comunque un grande interesse, e di cui vuole sapere tutto. E così legge tutte le biografie e i saggi che riesce a trovare, visita mostre e musei, vede documentari e film, fa ricerche sul web.
Il mio personaggio è Elisabetta I d’Inghilterra, la straordinaria regina vissuta nel XVI secolo. Figlia dell’arcinoto Enrico VIII e di Anna Bolena, in uno dei periodi più turbolenti della storia d’Europa ha regnato saldamente sull’Inghilterra per quasi 45 anni, dal 1558 al 1603, fino alla sua morte, avvenuta per vecchiaia e nel suo letto, in tempi in cui – tra tradimenti e congiure – non era raro, per un re e per chi gli stava vicino, fare una brutta fine.
La sua nascita, il 7 settembre del 1533, ha scatenato l’ira del padre, che era arrivato a provocare lo scisma anglicano pur di risposarsi e avere l’agognato erede maschio cui trasmettere il regno, ed è costata la testa alla madre, che dopo Elisabetta ha avuto solo alcuni aborti.
Sicuramente Enrico VIII si sarebbe comportato diversamente se avesse potuto sapere che quella inutile femmina, quella beffa del destino, sarebbe passata alla storia come uno dei più grandi monarchi che l’Inghilterra abbia avuto.
Era dotata di grandi abilità politiche e il suo regno è stato caratterizzato da relative prosperità e pace, anche per quanto riguarda i contrasti religiosi (‘relative’ considerata l’epoca, ma in ogni caso in misura maggiore rispetto ai precedenti regni), da un incremento del commercio internazionale e delle esplorazioni, e da un vero e proprio fiorire della letteratura. Shakespeare, ad esempio, ha fatto il botto durante il suo regno. Non per niente, quindi, l’era elisabettiana è definita The Golden Age.
In politica estera ha gestito al meglio la grave crisi con la superpotenza mondiale di allora, la Spagna, fino alla storica e sorprendente vittoria, nell’estate del 1588, sull’Invencible Armada, la mastodontica flotta spagnola sconfitta nella Manica dalle piccole navi inglesi comandate dal famoso navigatore-corsaro Francis Drake. Scongiurando così l’invasione, la conquista e l’asservimento dell’Inghilterra, inviolata dai tempi dell’invasione normanna di Guglielmo il Conquistatore, nel 1066. E a tutt’oggi inviolata via mare. Tanto per intenderci, se l’Inghilterra fosse stata conquistata dalla Spagna, non si sarebbe sviluppata come nazione indipendente nella politica, nel commercio e nelle esplorazioni, e molto probabilmente non ci sarebbero state le colonie inglesi, l’impero britannico e… gli Stati Uniti d’America. Da qualche parte ho letto che Elisabetta I è stata il Winston Churchill del XVI secolo. Beh, anche solo per rigore cronologico, direi invece che Sir Winston è stato l’Elisabetta del XX secolo!
Ha avuto diversi favoriti e almeno un grande amore, Robert Dudley, il Conte di Leicester, ma non si è mai sposata, alimentando così il mito della Regina Vergine. Per mantenere saldo il regno nelle sue mani, al riparo da interferenze politiche interne o da parte delle potenze straniere, non ha mai preso realmente in considerazione e comunque portato a termine i negoziati di matrimonio – veri e propri accordi politici – con nessuno dei numerosi nobili inglesi, compreso il Conte di Leicester, o principi stranieri che hanno provato per decenni, tramite il matrimonio, a mettere le mani sulla corona inglese.
Sono consapevole che, molto probabilmente, come persona non è stata certo una santa, ma io la adoro lo stesso.
Ovviamente la mia casa è piena di biografie, saggi, articoli, cataloghi di mostre a lei dedicate, cartoline e stampe. Il pezzo forte sono le raccolte dei suoi stessi scritti – poesie, lettere, discorsi, preghiere, traduzioni – alcuni dei quali composti in italiano (adorava letteralmente la cultura, la lingua e i costumi italiani). Ho visto in TV, DVD o youtube tutti i film, sceneggiati a puntate, documentari che ho trovato (per chi fosse interessato, il film migliore, a mio giudizio, è ‘Elizabeth I’, con Helen Mirren e Jeremy Irons).
Ma non mi fermo qui. Ogni volta che vado in Inghilterra mi piace dedicare un po’ di tempo a quello che io chiamo il ‘pellegrinaggio elisabettiano’. Cioè visito luoghi significativi della sua storia.
Ad esempio, ogni volta che sono a Londra, è per me un must fare la mia tradizionale puntata alla National Portrait Gallery, dove, nella sala Tudor, ci sono diversi ritratti di Elisabetta. I dipinti a disposizione della NPG sono parecchi, la sala è relativamente piccola e quindi la galleria fa una sorta di rotazione nell’esposizione. Ma, fortunatamente, uno dei miei due preferiti in assoluto, il ritratto dell’Incoronazione, è sempre lì e ogni volta lo posso ammirare da vicino. Qualche anno fa sono tornata nell’Abbazia di Westminster, sia per visitarla bene di nuovo (l’avevo vista per la prima volta molti anni fa) sia perché è lì che Elisabetta è stata incoronata, lì c’è ancora il trono dell’incoronazione, usato per secoli per ogni nuovo re, e lì c’è… Elisabetta ‘quasi’ in persona. In una zona della chiesa c’è la sua tomba monumentale. Lì è sepolta assieme all’odiata sorellastra Mary I, la regina che l’ha preceduta, la famigerata Bloody Mary. Quando ci sono stata, sul mausoleo qualcuno aveva messo una rosa. Giuro che non sono stata io. Evidentemente prima di me era passato un altro ‘fan’.

Sono tornata a Londra, in vacanza, lo scorso agosto e, oltre all’immancabile passaggio alla NPG, questa volta sono andata in pellegrinaggio-gita ad Hatfield, nell’Hertfordshire, dove, in un bellissimo parco aperto al pubblico, c’è una parte dell’Old Palace, un palazzo in cui Elisabetta ha vissuto molti anni, e ha attraversato parecchie tribolazioni, prima di diventare regina.
Il parco è di proprietà del Conte di Salisbury, così come Hatfield House, la grande villa fatta costruire all’inizio del XVII secolo da Robert Cecil, Conte di Salisbury, che per ultimo ha ricoperto il ruolo di primo consigliere di Elisabetta, negli ultimi anni del suo regno. La casa contiene due tesori per gli ammiratori di Elisabetta. Uno è il ritratto dell’Ermellino, il mio preferito in ex aequo col ritratto dell’Incoronazione, e l’altro è il ritratto dell’Arcobaleno. Ma il pezzo forte è nel parco: l’Elizabeth Oak, la Quercia di Elisabetta. È un albero di quercia piantato da Elisabetta II nel 1985 nel luogo dove c’era quella sotto cui si trovava Elisabetta I quando è stata informata di essere diventata regina. Ovviamente io ho delle mie foto accanto all’Elizabeth Oak.
Anche per i non ‘elisabettiani’, Hatfield House e il parco valgono comunque una visita, soprattutto per chi già conosce bene i parchi di Londra e ha voglia di vederne uno nuovo poco fuori città.
Alcune mete ideali dei miei giri non ci sono più, come alcuni palazzi che hanno attraversato anche la sua epoca e in cui Elisabetta ha trascorso molto tempo. Ad esempio quelli di Greenwich, dove è nata in quell’infausto giorno per Anna Bolena, di Richmond, dove è morta nel 1603, e di Whitehall. Rimane Hampton Court, che ho visitato molti anni fa quando non avevo ancora sviluppato questo mio ‘culto’ e che sicuramente tornerò a vedere in futuro. Come tornerò nella Torre di Londra, oggi sempre piena di allegri turisti che vanno a vedere i gioielli della corona e si fanno fotografare con i beefeater, ma una volta terrificante luogo di prigionia e di tortura. Anche Elisabetta è stata tenuta prigioniera nella Torre, e ha rischiato il patibolo, accusata di essere a capo di una congiura nei confronti della sorellastra Mary, allora regina. E per entrarci è stata portata attraverso l’ancor oggi ben visibile Traitor’s Gate, da cui, prima e dopo di lei, sono passati parecchi altri ‘traditori’ molto più sfortunati, che non hanno scampato la condanna a morte.
Peccato che nel 2003 non avessi ancora letto la prima biografia, quella che mi ha fatto scoppiare la passione. In occasione dei 400 anni dalla sua morte è stata allestita una splendida mostra a lei dedicata nel National Maritime Museum di Londra, dove un tempo si trovava il palazzo di Greenwich. Sarei corsa sparata a vederla. Mi sono accontentata di prendere su Amazon il libro-catalogo della mostra. Che cosa mi sono persa!
Per il futuro scoverò di sicuro qualcos’altro a Londra e per i pellegrinaggi fuori porta per ora ho già in mente due mete. A Woburn, nel Bedfordshire, c’è un museo con il ritratto dell’Armada, che celebra la straordinaria vittoria sulla Spagna. E poi c’è Tilbury, la cittadina alla foce del Tamigi che ha per secoli svolto la funzione di bastione difensivo. C’è ancora una fortezza. A Tilbury, quando, nell’agosto del 1588, l’invasione da parte della Spagna sembrava inevitabile, Elisabetta, invece di stare al sicuro da qualche parte a Londra o altrove, ha raggiunto i suoi soldati nell’accampamento vicino alla fortezza e li ha arringati e incitati con un discorso che tutti gli appassionati di quel periodo storico conoscono come il Tilbury Speech. E che in un passo dice ‘So di avere il corpo di una debole e fragile donna, ma ho il cuore e il fegato di un re. Non solo, di un re d’Inghilterra’.
Nel bene e nel male, è stata una grande. E non è un caso che questo articolo-tributo sia pubblicato su Cosmopeople oggi, 7 settembre. È il ‘compleanno’ di Elisabetta, 482 anni gloriosamente portati. Happy Birthday, Your Majesty Queen Elizabeth!

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