Marilena, chi era costei?

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C’era un tempo, tra gli anni ’80 e i primi ’90, in cui i pomeriggi televisivi italiani erano dominati da un universo parallelo fatto di passioni incontenibili, intrighi interminabili e lacrime a fiumi. No, non parliamo delle soap americane patinate, ma delle più terrene e viscerali telenovelas sudamericane, quelle che hanno dato un volto e un nome a personaggi unici come Marilena, diventata per molti la “cugina lontana” che ogni giorno bussava agli schermi delle nostre televisioni.

Le trame erano un labirinto affascinante e al tempo stesso prevedibile: un amore impossibile tra una giovane ingenua e un ricco imprenditore, un antagonista disposto a tutto pur di rovinare la felicità altrui; un gemello malvagio che compariva all’improvviso dopo la puntata 100, e naturalmente il morto che ritornava vivo, magari dopo anni di amnesia passati in un convento di campagna. Le sorprese non mancavano, anche perché la cattiva di turno era già pronta dalla prima puntata a spiare tutto nascosta dietro una tenda o una porta socchiusa.

Il fascino di quelle produzioni stava anche nei set, che oscillavano tra il lusso improbabile e l’artificio scenico. Ville con scalinate monumentali che sembravano progettate solo per consentire ingressi teatrali, salotti pieni di fiori finti e quadri di antenati, in cui i protagonisti potevano riconoscere antenati maledetti di cui si sentivano la reincarnazione. Era tutto chiaramente finto, ma proprio per questo irresistibile.

E poi la recitazione: sguardi che duravano minuti interi, mani che roteavano in aria a sottolineare ogni battuta, sospiri trattenuti che improvvisamente esplodevano come piccoli uragani. Le protagoniste sapevano piangere con una dedizione quasi atletica, inondando fazzoletti e trascinando con sé intere platee di spettatori che, nel frattempo, dimenticavano la pasta sul fuoco.

Non fu solo Marilena. Ci furono anche Topazio, con la fioraia cieca pronta a conquistare la vita a colpi di destino, Anche i ricchi piangono (che già nel titolo metteva le cose in chiaro), Cristal con le sue faide da alta società, e poi La donna del mistero, Cuore selvaggio, Manuela. Ogni titolo suonava come una promessa: preparati a soffrire, ma anche a divertirti.

Quelle telenovelas hanno plasmato un’estetica, un modo di raccontare e, perché no, un rito collettivo. Perché, se è vero che oggi tutto è on demand, negli anni ’80 e ’90 si attendeva la puntata come un appuntamento fisso, pronto a scuotere il pomeriggio con amori impossibili e colpi di scena degni di un dramma shakespeariano… ma con più piante in plastica e più scale da salire e scendere.

E così, tra un fazzoletto bagnato e un sorriso ironico, resta la memoria di un tempo in cui i pomeriggi televisivi erano lunghi, melodrammatici, un po’ kitsch e tremendamente avvincenti. E Marilena? Beh, lei resta lì, sospesa tra la nostalgia e la domanda manzoniana: “chi era costei?”, ma soprattutto… quante lacrime ha fatto versare?

immagine creata con AI

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